di Antonio Lucio Giannone

Libero Ausonio è uno dei numerosissimi collaboratori di “Poesia”, trecentonovanta per l’esattezza, secondo il calcolo fatto da François Livi[1]. Dietro questo pseudonimo, di sapore carducciano più che futurista, si celava Michele Saponaro, allora agli esordi in campo letterario. Questo scrittore, il cui nome oggi è caduto quasi completamente nell’oblio, era invece assai conosciuto e apprezzato in Italia nel periodo tra le due guerre. Esponente della narrativa d’intrattenimento, concepita per soddisfare i gusti del pubblico borghese del tempo, egli ebbe però anche notevoli qualità che si rivelano soprattutto in certi romanzi a sfondo autobiografico, caratterizzati da una delicata vena idillica, nei quali è costantemente presente il motivo della terra natia.

Nato a San Cesario di Lecce nel 1885, raggiunse un’improvvisa notorietà nel 1914 col suo primo romanzo, La vigilia, al punto che il maggiore editore del tempo, Treves, lo invitò a scriverne un altro, che apparve nel 1919 col titolo di Peccato. Da allora Saponaro, che passò subito dopo alla Mondadori, arrivò a sfornare un libro all’anno, dominando per un quindicennio il mercato editoriale insieme ad altri narratori allora popolarissimi, come Virgilio Brocchi, Lucio D’Ambra, Guido Da Verona e Salvator Gotta. Intorno alla metà degli anni Trenta abbandonò la narrativa per dedicarsi alla stesura di una serie di biografie, le quali ebbero anch’esse una favorevole accoglienza presso i lettori. Nel 1938 uscì la prima di esse, dedicata a Foscolo, a cui seguirono via via quelle su Carducci (1940), Leopardi (1941), Mazzini (1944), Michelangelo (1947) e Gesù (1950).




































































