di Claudia Presicce

“Forse si scrive perché si amano i racconti. Non perché si amano donne, uomini, luoghi. Forse non si scrive nemmeno per memoria, né per felicità, né per dolori, né per tenerezze, né per furori. Non si scrive perché si hanno sogni, né perché si hanno passioni. Forse no. Si scrive perché si amano i racconti, il loro conformarsi nella testa, la loro densità o la loro inconsistenza…”.
Il fluire cadenzato di queste parole, che sa di maree e di onde, di suoni e di echi senza tempo, di un battito lontano che invita a concentrarsi sul foglio e poi perdersi dentro: tutto qui restituisce la consistenza riconoscibile della scrittura di Antonio Errico, scrittore, poeta, giornalista salentino (negli scorsi trentun anni anche dirigente scolastico). È infatti questo l’incipit del suo ultimo libro Due camere e cucina (Kurumuny; 15 euro; 108 pagine), sottotitolo: Sulla letteratura del tempo che corre.
Comincia da qui, da una ricerca delle motivazioni profonde legate all’esercizio della scrittura una densa carrellata di riflessioni e di racconti che solleticano sentimenti sepolti, di pace e di memoria (anche senza parlare né di pace e né sempre di memoria) che raramente oggi, nel tempo che corre, tanta letteratura o tante arti riaccendono. Nella cifra di Errico, nei tanti suoi libri e anche nell’estetica dei suoi interventi su Nuovo Quotidiano di Puglia, abita sempre la possibilità di entrare in una precisa forma disegnata dall’autore. Dà l’idea di poter imprimere di sé e della sua aura poetica anche l’acqua: ecco, questi scritti (o pagine raccontanti meglio) non potrebbero essere stati prodotti da nessun altro, lasciano una scia e disegnano la forma come un’onda che saluta la sabbia lasciando l’impronta di sé, diversa ma anche uguale.





























































