“Le radici ca tieni”

di Edoardo Winspeare

Noi uomini potremmo fare a meno dell’archeologia? Certamente potremmo sopravvivere anche senza di essa, che non è certo una scienza indispensabile alla nostra conservazione sul pianeta, ma saremmo costretti a non fermarci mai nelle nostre attività, lavorando e distraendoci senza sosta per non rischiare di cadere in uno stato di depressione per l’angoscia di non conoscere le nostre origini. Nei tempi antichi, la risposta a questa domanda veniva fornita dai miti fondativi delle religioni. Dopo l’anno 1000, con la riscoperta dei classici antichi, l’uomo ha iniziato a chiedersi da dove venisse, chi fossero i suoi antenati e quale contributo avessero dato alla civiltà. È stato con l’Umanesimo che queste domande fondamentali hanno iniziato a riecheggiare in tutta Europa, tra intellettuali, artisti e mecenati. È vero che la passione per l’antico, con le collezioni di statue e manufatti romani e greci di principi e papi, è esplosa solo nel Quattrocento, e l’archeologia, così come la intendiamo oggi, è una scienza che ha fatto i suoi primi passi nel Settecento, ma io credo che la scintilla che ha innescato l’interesse per le nostre origini più antiche sia stata la riscoperta dei classici nel Medioevo. Dobbiamo essere grati agli eruditi arabi e, per rimanere dalle nostre parti, agli scribi di Casole e al cardinale Bessarione, se continuiamo a studiare Aristotele, Platone e i Neoplatonici. Attraverso lo studio e la reinterpretazione dei loro testi, gli umanisti quattrocenteschi hanno rimesso l’Uomo al centro dell’Universo.

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