di Ettore Catalano

Il passo narrativo di Raffaele Nigro ha sempre privilegiato l’epicità, anche dentro le scelte del realismo magico o della suggestione lirica che si alternano, come registri linguistici anche compresenti, nelle sue opere. Il suo narrare ha sempre contenuto in sé un risentito nucleo etico-conoscitivo che ne artiglia le procedure ai tempi della storia braudelianamente intesa, attenta non alle battaglie de re, ma legata ai protagonisti sconosciuti e ignorati, all’erba vista dalla parte delle radici. L’oralità del racconto contadino, eredità certa del rapporto con la propria terra, si è sempre arricchita con sparsi elementi autobiografici, più o meno vistosamente atteggiati, utilizzati per narrare non tanto di sé, quanto del rapporto che quell’io affabulatore stabiliva con la crescente complessità delle vicende e degli anni.
L’ultima fatica letteraria di Nigro (Fernanda e gli elefanti bianchi di Hemingway, Rizzoli, 2010) si muove all’incrocio tra le memorie culturali, i modelli letterari (alcuni perseguiti con duttile strategia, altri rifiutati con convinta polemica), le suggestioni di una Basilicata magica e poi imprevedibile nella sua ferinità da incubo, l’amaro incidere degli anni che portano a una stagione di compita e autunnale maturità artistica (vissuta senza patetismi o retorica), certo fatta anche di strazi esistenziali, di paure, ma anche ricca di una convinta levità narrativa.
Nigro, affascinante scrittore di forme odeporiche, articola qui il suo “viaggio” spingendo un’assortita comitiva di scrittori e studiosi di antropologia in una “caccia” agli elefanti bianchi che coinvolge, sul terreno lucano e nel racconto di Fernanda Pivano, il grande Hemingway, modello controverso di uno “scrivere cose semplici in modo semplice” arricchito, come aveva ben intuito criticamente la Pivano, da un rifiuto di suggestioni “straordinarie”, cechovianamente superate da una superba intuizione sulle microscopiche lesioni di un’anima tanto ribelle e indisciplinata, quanto curiosa, irriverente e inventiva, innamorata delle storie che narrava come della sua stessa vita, nello stesso modo dissipante e un po’ “maledetta”.




































































