di Ettore Catalano

Dio di Levante (Hacca, 2011), la cui prima edizione risale al 1994, segna un momento importante e riassuntivo nella carriera narrativa di Raffaele Nigro. Pubblicato nel 1994 da Mondadori, pone esplicitamente al suo centro, come dice lo stesso Nigro, ”la voglia umana di raccontare”, al di là della stagione che vede il tramonto della favola popolare: anzi, per dirla tutta, il romanzo traccia la parabola di quello stesso bisogno umano di raccontare, dall’oralità dei cunti e delle storie, narrate intorno ai fuochi per un pubblico di ascoltanti, alla velocità frenetica dei tempi moderni, che richiedono l’ingresso dell’occhio nella casa delle storie, come dice sempre Nigro, (l’immagine, l’aggiungersi della vista agli altri sensi) e cioè la trasformazione degli ascoltanti in osservatori partecipanti.
In altri termini, Dio di Levante segna il passaggio testimoniale e generazionale dal padre Pomponio Gervasio Cantatore (eclettico e geniale accumulatore di storie orali eseguite con tecnica musicale efficace direttamente dallo stesso “raccontatore”) al figlio Eolo (regista cinematografico capace di tradurre quelle storie in liquida sonorità musicale ed in un disegno immaginativo ricco ed emotivamente tentante).
Dio di Levante ha suscitato, a differenza di quanto accaduto per quasi tutta l’opera letteraria di Nigro, anche qualche recensione non positiva, di cui è necessario dar conto, come quelle di Laura Lepri, Claudio Marabini, Lorenzo Mondo ed Ermanno Paccagnini. La Lepri ( “Il Mattino”,4/6/1992) notava una ridondanza di giudizi morali sul presente ed un linguaggio che, a suo dire, faceva temere (pericolo, occorre dire, accortamente evitato dalla scrittura narrativa dello scrittore melfitano prima e dopo Dio di Levante) un accostamento del modo di formare di Nigro alla fiction seriale, mentre Marabini (“La Gazzetta del Sud”, 25/4/1992), pur apprezzando il romanzo, non lo trovava all’altezza degli altri libri dello scrittore lucano. Lorenzo Mondo (“La Stampa”, 14/11/1995) sottolineava, nel romanzo di Nigro, mancanza di agilità e di distinzione di piani, mentre Ermanno Paccagnini (“Il Sole 24 ore”,22/1/1995) vi riscontrava minore felicità espressiva rispetto ai Fuochi del Basento. Tuttavia, l’intuizione autocritica di Nigro, ribadita in numerose interviste, secondo cui Dio di Levante rappresenterebbe una sorta di summa della sua opera, trova conferma anche in larga parte della critica ( si legga la bella recensione di Michele Prisco sul “Mattino” del 23/3/1995 e le entusiastiche letture proposte da Rina Durante sul “Quotidiano” del 25/2/1995, da Tano Citeroni su “L’Arena” del 16/12/1994 e da Carlo Sgorlon sul “Gazzettino” del 23/12/1994, oltre ai positivi pareri di Giuseppe Amoroso e Michele Trecca).




































































