di Gianluca Virgilio

La pubblicazione della raccolta postuma delle poesie di Mario Fiore Questa notte camminerò tra le stelle… (Galatina, Edit Santoro 2011) è per me occasione di riflessione sull’uso della parola.
Mario Fiore è stato un avvocato, un professionista serio e colto, un esperto dell’arte della parola, che sapeva piegare alle necessità del lavoro forense. Conosceva l’arte del persuadere, del convincere, del movere e del flectere, l’arte della confutazione delle ragioni altrui e dell’esposizione delle proprie. La parola al servizio della legge, che si avvale della legge e la conferma, nella dialettica tra le parti che vige nei tribunali. La sua oratoria sapeva essere alta e solenne e si fregiava sempre di un linguaggio colto e raffinato, confinante con l’aulico, appreso in impegnate e lunghe letture dei classici, ma anche dei contemporanei – ricordo ancora le alte pile di libri sul tavolo del suo studio in Piazza Mazzini, libri che forse non poté finire di leggere. Così certamente lo ricordano i colleghi, gli amici, i suoi assistiti, come un uomo che nell’agone del mondo sapeva far valere le sue ragioni senza temere l’arroganza del potente. Con competenza e con verve di oratore sapeva ben combattere contro
… le “regole”
inique e stantie
degli ingannevoli intrighi
degli interessi sfrenati
della violenza arrogante e dell’odio
della vanità insipiente
della inquinante menzogna.
come scrive in Questa notte camminerò tra le stelle, la poesia che dà il titolo all’intera raccolta. La parola dell’esperto di diritto, vir bonus dicendi peritus, secondo la celebre definizione catoniana, per combattere gli intriganti, gli uomini animati dalla brama di denaro e di potere, i vanitosi, i menzogneri, gli arroganti.





























































