di Ferdinando Boero

La contestazione da noi è arrivata con un anno di ritardo rispetto al Maggio Francese, accompagnata dalla stagione delle stragi di stato, da Piazza Fontana nel Sessantanove a Bologna nell’Ottanta e dal terrorismo rosso: gli opposti estremismi che spinsero gran parte dell’elettorato verso il centro “moderato”. I giovani contestatori volevano cambiare il mondo, e un pochino lo hanno cambiato. I cambiamenti di “ieri”, però, diventano establishment una volta realizzati, anche se solo in parte, e le ondate di giovani, generazione dopo generazione, sono per definizione “contro” il nuovo, diventato vecchio, che le ha precedute. Se non fosse così non ci sarebbe progresso. La nostalgia per i tempi in cui “contestavo” rimane e guardo con grande simpatia i giovani che, oggi, sono “contro il sistema”. Ci sono, però, grandi differenza nell’essere “contro”, rispetto a 60 anni fa, almeno per una parte di giovani. La sensibilità verso l’ambiente, molto sentita da una porzione significativa di giovani, non esisteva, allora. Le “lotte” erano contro le guerre e le ingiustizie, e riguardavano temi sociali ed economici. Il fatto che il benessere di cui stavamo fruendo, pur protestando, avrebbe eroso il capitale naturale non ci passava neanche per la mente: erano “diritti” che ci dovevamo conquistare, incuranti delle conseguenze ambientali.




































































