Nei paesaggi dei poeti l’inquietudine del Sud

di Renato De Capua

Ogni volta che ci guardiamo intorno, aggiungiamo nuovi elementi al nostro immaginario. L’osservazione di un luogo scrive una nuova pagina di tempo vissuto, una fase intermittente e transitoria rispetto alle certezze del passato; un orizzonte che appare sempre pronto a dilatarsi e a destreggiarsi tra le forme disegnate dal pensiero. Si sosta sul limitare di nuove alture da cui sporgersi per ascoltare la musica sottesa dell’accadere.

Nel libro “La parola paesaggio. Scritture del Finisterre” (Milella, 2025), Simone Giorgino – docente di Letteratura italiana contemporanea di UniSalento – propone un approccio organico e originale alla letteratura, riconsiderando l’ambientazione letteraria non come sfondo inerme e puramente figurativo, ma come parte attiva e integrante dell’interazione tra autore e testo.

Sulla scorta di studiosi come Carlo Dionisotti, Bertrand Westphal e Michael Jacob, la scrittura del paesaggio diviene atto fondativo per la definizione e la conoscenza di un territorio esplorato. Allora Giorgino riflette sul rapporto tra l’uomo e lo spazio – con un approccio sinestetico che ingloba diverse accezioni e sfumature semantiche – attraverso nove saggi su altrettanti autori che hanno vissuto e raccontato il Finisterre della penisola salentina. Infatti, proprio quella porzione di mondo è connotata da uno statuto geografico particolare: l’essere estrema periferia del meridione e, allo stesso modo, punto d’incontro di genti e culture del Mediterraneo.

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