di Ettore Catalano

Ombre sull’Ofanto (1992 è datata la prima edizione con Camunia) segna, a mio avviso, uno spartiacque decisivo nella produzione di Nigro, insieme ai racconti raccolti l’anno prima ne Il piantatore di lune (Rizzoli, 1991).
Definitivamente chiusa la stagione della saga contadina, celebrate le esequie di quel mondo, si apre davanti allo scrittore melfitano lo squallore della violenza metropolitana: cambiano gli scenari e muta anche il registro stilistico, e, se sopravvivono lacerti proverbiali e modi di dire figurati, la scrittura realizza ora un duro impatto con la quotidianità e si piega ad indagare nelle coscienze malate ed in un tessuto sociale disgregato e fragile. Vi è, forse, nella ricerca di Nigro, una decisa attenzione nei confronti delle “ragioni” che possono essere alla base del sentimento malavitoso e che nascono in una generazione apparentemente priva di valori, addomesticata dalla televisione e dalla pubblicità e disposta a tutto per l’ansia di eccesso e di possesso da cui è dominata.

Credo che poche pagine, tra quelle dedicate agli ultras del calcio o ai fans della musica rock, siano tanto penetranti nella capacità di individuare la violenza stupida e il brutale esibizionismo di quelle “adunate”, nelle quali il calcio e la musica servono solo come dosi di adrenalina e di droga per liberare un’animale istintualità, nutrita di avversione per il “normale” e di fascino per comportamenti considerati “forti”. E anche i cattivi maestri dell’educazione all’illegalità (nel romanzo Umbertino Paradiso, ma anche il corrotto Cantalopresti ed altri) giocano le loro pessime carte discettando sul poco frutto dell’onestà e sull’abilità con la quale i non fessi (i disonesti, cioè) si arricchiscono in un mondo in cui, secondo loro, è tutto illecito e perciò tutto è permesso ai furbi.
In tale tragica ballata sulle ceneri di un mondo scomparso, in una valle dell’Ofanto diventata ormai nido di pericolose vipere, il contrasto generazionale tra Feliciano Mitarotondo e il figlio Arminio acquista il particolare sapore di una resa di conti totale, nella quale Arminio è anche ambigua metafora della scrittura, del suo potere di dire e decidere ancora qualcosa in un mondo in cui il linguaggio artistico che crea modelli di vita è sempre più quello cinematografico, essendo invece delegato a quello televisivo il compito di accendere desideri sempre insoddisfatti. Il diario di Arminio è l’estremo documento della resistenza della letteratura contro i meccanismi sociali della sua espulsione, al punto da piegarsi ad essere l’avvelenato regalo dello scrittore “pentito” contro i morti viventi, gli zombi della nuova delinquenza organizzata. Quel che mi sembra certo è il fatto che qui Nigro avverta la fine di un compito storicamente stabilito per la letteratura (la delega all’impegno), vissuta nel romanzo attraverso la stessa “impurità” del diario Aufidus river : occorreranno altre sollecitazioni ed altri orizzonti marini perché si affacci, nella narrativa di Nigro, la coscienza di nuove possibilità d’essere per la scrittura letteraria.




































































