L’apprendistato del letterato

di Gianluca Virgilio

Quando si conosce personalmente l’autore di cui si legge un libro è inevitabile che nell’atto della lettura si verifichino delle interferenze. Non è detto che siano di segno negativo. L’amico infatti può essere indulgente con l’amico, ma sa di lui molte cose e, dunque, ha qualche elemento in più di conoscenza da far valere nel giudizio su quanto va leggendo. Potrebbe scrivere una lettera all’interessato e riferirgli le sue deduzioni, ma una lettera è un fatto privato, nel quale la veridicità di qualunque affermazione si sottrae al vaglio di un pubblico più vasto, per quanto indeterminato esso sia, e alla sua severità censoria, con cui sempre ha a che fare il recensore. Ogni recensione, infatti, è un atto pubblico e come tale esso è sottoposto alla disciplina della trasparenza.

Ho letto di Paolo Vincenti, La bottega del rigattiere, Lupo Editore, Copertino 2012, pp. 208, e, conoscendo l’autore, non posso che partire da quello che so di lui per parlare del libro. Paolo (così lo chiamerò d’ora innanzi), classe 1971, ha da poco superato i quarant’anni, vive a Ruffano, ed è un uomo dalla storia complessa, che da qualche anno a questa parte (diciamo circa dal 2007) lo ha condotto sugli impervi e spesso interrotti sentieri della letteratura. In questo suo ultimo libro egli ci racconta come sia pervenuto alla difficile scelta della letteratura, fatta contro o almeno a prescindere dalla volontà dei genitori che avevano per lui progettato un futuro diverso (carmina non dant panem, come si sa): “Un imprenditore o un letterato? Cosa ne facciamo di questo vivace rampollo? Un medico o un avvocato? Questo si chiedevano i miei genitori quando ero ancora un imberbe fanciullo, ben pettinato, profumato e pulito” (Il sogno, p. 117).

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