I resti di Babele 43. Piperno, quel tormentato piacere della scrittura

Un libro per l’estate

 di Antonio Errico

Ma una ragione ci dovrà pur essere se uno comincia che è poco più di un bambino e non smette nemmeno quando si fa vecchio. (Andrea Camilleri aveva 94 anni; Giovanni Bernardini ne aveva 97). Ci sarà pure una ragione se uno ruba il tempo alle persone care, se trascura le faccende quotidiane anche essenziali, se si destina all’isolamento in uno spazio che si compone di un tavolino e una sedia, alla disciplina rigorosa sette giorni su sette, se mentre sta parlando con gli amici si distrae perché improvvisamente gli vengono due aggettivi giusti per un luogo, una frase perfetta, una parola che non ha alternative per un personaggio, una svolta nel racconto che aspettava da mesi. Una ragione ci dev’essere, senza dubbio, se si dà in ostaggio una vita intera alla scrittura, se non si riesce a convincersi che si tratta di una delle cose più inutili che si possano fare, di uno dei vizi più banali, anche se innocuo almeno nei confronti degli altri, di un gioco antico quasi sempre a perdere. Una ragione ci dev’essere. A capirla ci hanno provato in tanti. Inutilmente. Qualcuno forse è riuscito a descriverne la superficie, l’esito, l’effetto. Ma nessuno ha capito quale sia la radice, a scandagliarne la profondità. Per ultimo ci ha provato Alessandro Piperno con un saggio in forma di racconto, o con un racconto che ha la sostanza di un saggio, intitolato Ogni maledetta mattina con la specificazione del sottotitolo che dice Cinque lezioni sul vizio di scrivere.

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