di Ettore Catalano

In un dibattito nel novembre 1984 a Milano con Eugene Ionesco, l’immenso Jorge Luis Borges, parlando della poesia di Alberto Bevilacqua, un autore col quale ho avuto vincoli di amicizia e di stima, ebbe a dire che la poesia ( parlava di quella di Bevilacqua, ma possiamo permetterci di estendere le indicazioni di Borges al di là del caso specifico), nasceva da uno “stupore” capace di allontanare la paura della morte pur evocandola e insieme esorcizzandola, e dal “potere di far apparire esseri viventi, lontani e amati”.
Alberto Bevilacqua, nelle sue poesie, ha sempre attraversato la vita muovendosi tra enigmi e addii, esili e ritorni, e, in quella sera d’estate di molti anni fa, nel Chiostro dell’Archivio di Stato di Brindisi che ci ospitava, volle che gli leggessi una sua poesia, Primo congedo, nella quale il brivido della memoria del tempo diventava raggelante sospetto di insicurezza: “E adesso ti lascio e vorrei mettere la data/ ma non ricordo che giorno sia/ non mi ricordo più il tempo – sapessi – / non riesco/ più a vedermelo alle spalle il tempo/ …perdona questa inezia,/ l’importante è che io ti abbia amata/ vero? O almeno conosciuta, / spero, una volta: rispondimi al riguardo, / rassicurami”.
Jorge Luis Borges, da parte sua, confessava di essere un lettore edonistico, “cerco emozioni”, diceva. Suggeriva, discutendo del misterioso fascino dei versi danteschi, che la poesia a volte può essere un sorriso o una voce perduti e noi potremmo consentire con Domenico Porzio, eccellente autore di una introduzione alle opere di Borges, che la letteratura, per lo scrittore argentino, forse anche la poesia, aggiungo io, è un gioco, un esercizio di arte combinatoria, una geometria del linguaggio affidato a una scacchiera di cristallo.




































































