di Antonio Errico

Correva uno di quegli anni Novanta che fino a un certo punto furono splendore e Peppino Gagliardi languidamente cantava: “Fra qualche giorno finirà l’estate/E sulla spiaggia niente resterà/Le ore passate saranno un ricordo/Che noi porteremo lontano, io e te”. Il brano s’intitolava “Settembre”. Ma prima, al principio di quegli anni chiaroscuri che furono i Settanta, Mogol dava alla PFM il testo di “Impressioni di settembre”, che aveva questo attacco : ““Quante gocce di rugiada intorno a me/Cerco il sole, ma non c’è/ Dorme ancora la campagna, forse no/È sveglia, mi guarda, non so”. Ancora in quegli anni, nella sua “Eskimo” Francesco Guccini sosteneva con rammarico che “Questa domenica in settembre/non sarebbe pesata così”/ l’estate finiva più nature / vent’anni fa o giù di lì”.
Probabilmente tutti e tre i testi avevano assorbito suggestioni provenienti dalla letteratura. Settembre è un’estate non finita e un autunno non ancora cominciato. Un tempo di mezzo tra la memoria di quello che è stato e un orizzonte che imbrunisce. Settembre si affaccia nell’”Autunno” di Vincenzo Cardarelli, quel tempo che già “sentimmo venire nel vento d’agosto/ nelle piogge di settembre/ torrenziali e piangenti”, nel brivido della terra, nello smarrimento del sole.
Agosto è passato. In fondo è sempre e soltanto un giro di giostra, che finisce quando è appena cominciato, così rapido che nemmeno te ne accorgi. E’ una parentesi che si apre e che si chiude. E’ la convinzione – o l’illusione? – che ci si possa sottrarre all’ordinarietà dell’esistere per avventurarsi in una dimensione straordinaria, che si possano introdurre elementi di digressione, di trasgressione, nel contesto definito, ordinato, coerente, spesso anche incalzante, stringente, della propria esistenza.





































































