di Pasquale Guaragnella

(continuazione)
Si diceva sopra che Genovesi menzionava Senofonte per porre la questione teorica del numero degli abitanti di una nazione e altresì quella corrispondente del suolo e del clima favorevoli o meno. In tal senso, sempre richiamando la fonte senofontea, l’Abate salernitano, riferendosi al sito nei cui confini si estendeva la superficie del Regno, aveva positivamente osservato nel Discorso sopra il vero fine…:
Il suolo delle nostre provincie non solo ha tutti i vantaggi che Senofonte commenda nell’Attica, ma n’ha ancora di molti, che egli certamente ignorava. Imperciocchè le terre (si intenda: del Mezzogiorno d’Italia) sono in gran parte piane, grasse, innaffiate, e fecondate da spessi fiumi e ruscelli, sono atte per la temperie dell’aria a tutte le spezie delle piante, de’ semi, degli animali e di altre cose, non solamente di quelle che sono il primo sostegno della vita e de’ comodi umani […], ma di quelle ancora, che fanno una gran parte del lusso delle nazioni, come seta, dilicatissimi vini, frutti deliziosissimi, caccia di ogni sorte di fiere e di augelli, copiosa pescagione de’ mari e de’ fiumi, ed altrettali.
Con riferimento al clima naturale che avrebbe caratterizzato le contrade del Regno, Genovesi faceva uso, nel Discorso sopra il vero fine…, di una immagine suggestiva, evocando Giove e la corona degli Dei: i quali avrebbero avuto la loro residenza nell’Olimpo solo perché non avevano veduto più in qua di Creta, ignorando il Mezzogiorno d’Italia («Io credo che Giove coll’altra infinita turba de’ favolosi numi greci elesse abitar sull’Olimpo perché non avea veduto più in qua di Creta sua culla»). Aveva aggiunto subito dopo l’autore che «Quando noi leggiamo duemila anni della storia delle nazioni d’Europa, una non irragionevole lusinga par che ci voglia far credere che Aristotele abbia definito il regno di Napoli, ch’è stato da tutte desiderato, da niuno negletto di perdere, e perduto pianto da tutte»[22].





























































