Gaza: la cancellazione dell’altro

di Antonio Prete

1. Givat Gobi è una collina nel Sud di Israele. Vi giungono ogni giorno israeliani che vogliono osservare dall’alto gli effetti dei bombardamenti: la guerra in diretta. Per scorgere le macerie sono in affitto binocoli.

Il rovescio della pietà: la distruzione fa spettacolo. L’orrore di uno sterminio in atto può essere neutralizzato dalla sua riduzione ad accadimento osservabile da lontano: come dagli spalti di una gradinata dello stadio, o dalla cavea di un antico teatro. Certo, dappertutto nel mondo giungono per via televisiva immagini della distruzione in atto. E molti possono essere i modi in cui sono percepite quelle immagini di efferata violenza, quelle raffigurazioni che testimoniano episodi quotidiani di un genocidio in atto (la parola genocidio, dopo che anche David Grossmann l’ha usata, è stata infine sottratta a una lunga e circospetta reticenza). Tra questi modi della percezione, l’indifferenza, l’assuefazione, l’addomesticamento dell’orrore. Oppure la superiore e rassicurante inscrizione di quel che accade nei diagrammi geopolitici. O ancora, il riporto delle stragi nella logica delle guerre, nella considerazione che da sempre le guerre appartengono alla conflittualità propria dell’essere in civiltà. Sono tutti sguardi che si distraggono dal vivente, dal corpo vivente, dalla sua singolarità senziente e desiderante. Sguardi che si rifugiano nell’ordine astratto della politica, dei rapporti politici. Dall’alto di questa pretesa arte della politica si osservano non le ferite ma le perdite e le conquiste, non le morti ma le relazioni tra territori, non il sentire dei singoli e delle moltitudini ma la sacralità immutabile dei confini. In questo ordine politico che astrae dai corpi viventi, può non destare orrore la rappresentazione di un progetto già illustrato negli Stati Uniti e ora ulteriormente rielaborato nei particolari, come ha rivelato il “Washington Post”: liberata Gaza dai suoi abitanti, la costa può essere trasformata in un’incantevole riviera per vacanze di ricchi. Al di qua della riva, sorgeranno grattacieli e resort, si apriranno grandi viali (sembra che gli autori del piano abbiano dichiarato di ispirarsi alla trasformazione urbanistica di Parigi voluta dal prefetto Haussmann, dopo il ’48, per impedire che le rivolte popolari erigessero barricate nelle strade: Walter Benjamin osserverà che dal proletariato ricacciato nella cintura nacque poi la Comune). Quello americano sulla striscia di Gaza è un beffardo disegno sventolato sui corpi dei bambini e delle donne e dei ragazzi che muoiono ogni giorno, vittime di un’implacabile, strategica violenza distruttiva. Nel frattempo è già avviato, con milizie di terra, il piano che intende occupare tutta la Striscia – dopo che già l’ottanta per cento del terreno abitato è stato sottoposto a devastazione – e dunque è già in atto un grande pogrom. Azione che non suscita se non pallide contrarietà da parte dei politici di alcuni Paesi: tenui condanne verbali prive di conseguenti atti, come potrebbero essere l’interruzione immediata della vendita di armi e la cessazione di ogni rapporto economico e commerciale.

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