di Antonio Errico

C’è un edificio smisurato con innumerevoli finestre. Da ogni finestra si vede una parte del paese, una parte del mondo. C’è un uomo che guarda dalle finestre e scrive sul taccuino quella parte di paese, di mondo che vede. Ma l’edificio sterminato con innumerevoli finestre nella realtà non esiste. Il paese, il mondo, invece, sì; l’uomo, invece, sì. L’uomo si chiama Gianluca Virgilio e le innumerevoli finestre dell’immenso edificio che non esiste, sono i libri che legge e che annota per poi cucire le annotazioni in zibaldoni. L’ultimo s’intitola Zibaldone salentino II e altre rapsodie.
Le finestre dalle quali Virgilio osserva e interpreta le storie che accadono nel mondo, sono i libri. Nelle loro pagine sono scritti tutti i tempi, quelli vicini e quelli lontani, quello che nel loro trascorrere è stato giusto e quello che è stato sbagliato, le stagioni chiare e quelle scure; ci sono le occasioni prese e quelle perse, le evoluzioni e le involuzioni, la civiltà e la barbarie. Nei libri c’è anche il bene e il male: molto spesso, quasi sempre, con le maschere delle metafore. Virgilio annota le conformazioni del paese – del mondo- che sono apparenti e le deformazioni che scorrono sotterranee, che tentano di sottrarsi ad ogni tentativo di analisi. Rivolge a se stesso domande che riguardano tanto le conformazioni apparenti quanto le deformazioni sotterranee, e qualche volta si dà anche le risposte, che non sono atti di presunzione ma dimostrazioni che lo sguardo è riuscito a penetrare fino in fondo ai pozzi scavati dalla Storia, che il pensiero ha ricomposto, per quel che poteva, i frammenti.Perché, in fondo, la Storia si ricostruisce cercando di comporre i frammenti, tentando di dare un significato a ciascuno di essi, provando a mettere insieme i loro significati con l’intenzione di attribuire all’insieme un senso complessivo e compiuto.




































































