I resti di babele 48. Gianluca Virgilio, l’arte sapiente di ricomporre i frammenti della nostra storia

di Antonio Errico

C’è un edificio smisurato con innumerevoli finestre. Da ogni finestra si vede una parte del paese, una parte del mondo. C’è un uomo che guarda dalle finestre e scrive sul taccuino quella parte di paese, di mondo che vede. Ma l’edificio sterminato con innumerevoli finestre nella realtà non esiste. Il paese, il mondo, invece, sì; l’uomo, invece, sì. L’uomo si chiama Gianluca Virgilio e le innumerevoli finestre dell’immenso edificio che non esiste, sono i libri che legge e che annota per poi cucire le annotazioni in zibaldoni. L’ultimo s’intitola Zibaldone salentino II e altre rapsodie.

Le finestre dalle quali Virgilio osserva e interpreta le storie che accadono nel mondo, sono i libri. Nelle loro pagine sono scritti tutti i tempi, quelli vicini e quelli lontani, quello che nel loro trascorrere è stato giusto e quello che è stato sbagliato, le stagioni chiare e quelle scure; ci sono le occasioni prese e quelle perse, le evoluzioni e le involuzioni, la civiltà e la barbarie. Nei libri c’è anche il bene e il male: molto spesso, quasi sempre, con le maschere delle metafore. Virgilio annota le conformazioni del paese – del mondo- che sono apparenti e le deformazioni che scorrono sotterranee, che tentano di sottrarsi ad ogni tentativo di analisi. Rivolge a se stesso domande che riguardano tanto le conformazioni apparenti quanto le deformazioni sotterranee, e qualche volta si dà anche le risposte, che non sono atti di presunzione ma dimostrazioni che lo sguardo è riuscito a penetrare fino in fondo ai pozzi scavati dalla Storia, che il pensiero ha ricomposto, per quel che poteva, i frammenti.Perché, in fondo, la Storia si ricostruisce cercando di comporre i frammenti, tentando di dare un significato a ciascuno di essi, provando a mettere insieme i loro significati con l’intenzione di attribuire all’insieme un senso complessivo e compiuto.

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