di Antonio Devicienti

Oh, se mi ascoltaste, se finalmente mi ascoltaste … Se la vostra voce d’umani si modulasse con la mia e come un’onda radio sintonizzarsi sapesse con le ragioni del mio stare …
S’addensa la pazienza del rosso tra i tronchi e l’immobilità secca dell’aria. Ma ci terrorizza, continuo, il rullio di una betoniera, il grattare di una ruspa.
Quando immemori della creazione le lucertole corrono lungo il fianco della pietra tutto ha una consistenza di cantabile materialità e basta a sé stesso. Ma ci terrorizza, rullando, il brontolio di una betoniera, il rodere di una ruspa – e l’aculeo di insetti che scavano dentro di noi fino a ucciderci.
Nel migrare delle folaghe si schiarisce o si scurisce il cielo dell’andare, vinaccia vociante dà colore al mare e quattro contrabbandieri ubriachi parlano di donne, vengono a sedersi dove un tempo c’era la loro casa di cartone per i giuochi bambini.
Sapeste quante promesse chiude il cavo del mio tronco e quanta minerale crescita la rude delicatezza della mia corrugata corazza! Sapeste quanto antico l’alfabeto del mio stare.





































































