Gerardo Trisolino: una poesia in sintonia con il generale travaglio del mondo d’oggi
di Aldo Vallone

Ne La cravatta di Stolypin di Gerardo Trisolino trovo, innanzitutto, interessante la scelta dei “pezzi”, che nel loro insieme, documentano il cammino lungo e vario, dal 1972 al 1988.
Posso dire che i quindici anni sono stati spesi in continua, incalzante e felice sperimentazione di temi e di linguaggio.
Dapprima (e si allude al tempo immaginario come, e soprattutto, in Lettera a Vittoria, ma anche in Tentativi di parlare di te), si parla con il fervore suggestivo dei modi colloquiali, di cui v’è larga presenza nella poesia italiana del Novecento, dal piemontese Guido Gozzano al pugliese Marino Piazzolla (e si veda il “tu” che stabilisce un nesso diretto con il lettore anche in forma di lettera); l’interrogativo con il ricorrente “ricordi”; la predilezione per il “settembre” e per i tempi della memoria.
Dopo, visione della realtà e della vita sociale prendono il loro posto, ora travasandosi in vibrante polemica, ora nella sofferta malinconia di chi lotta e spera inutilmente dinanzi alla forza imminente del destino. E qui si ha la confluenza con la grande tematica della poesia meridionale del dopoguerra da Rocco Scotellaro in poi, consolidando, in specie, quella linea salentina marcata di soste e di emblemi in numerosi esemplari (e qui i temi della terra natia, amata e ingrata, o del bracciante o dell’emigrante esule per fame o per disperazione).




































































