I resti di Babele 52. Le Poesie della vicinanza: Marino fra l’Io e l’Altro

di Antonio Errico

Poesie della vicinanza: le chiama così; e si capisce subito, dai primi versi, dalle prima parole, dalle prime figure della memoria, le prime scene di un giorno qualunque, di quale vicinanza dica Mauro Marino, di quale prossimità, di quale aderenza, di quale sostanza dell’essere vicino, a chi si riferisca l’essere vicino. Si capisce subito la comunione, la corrispondenza con l’Altro. Anche quando l’Altro è il sé; anche quando Mauro Marino dice “Me”. Si è sempre diversi da come si è stati nell’attimo precedente.  Allora viene in mente quel ragazzaccio che fu e quel poeta immenso che è Arthur Rimbaud quando dice “Je est un autre”. Io è un altro. L’Altro non è l’oggetto della scrittura; l’Altro è il soggetto che agisce, che richiede, che pretende di avere diritti cure attenzioni, di avere linguaggio anche attraverso un linguaggio diverso dal proprio, che arriva in soccorso quando il mondo intorno non comprende il suo silenzio. Allora la poesia si stringe tutta nell’essenzialità dell’espressione; allora rifiuta ogni artificio, rinuncia a qualsiasi vanità dello stile, si fa forma e concetto necessario, indispensabile, si carica di tutta la responsabilità che implica il comprendere. Cancella ogni presunzione estetica, tutta la vanità del lirismo. Non vuole essere lirico, Mauro Marino. Non vuole esserlo perché è lirico l’incontro con l’Altro, perché lirica è la vita che si agita in ogni giorno, ogni istante, che si inabissa nella memoria e poi riemerge e scaglia lo sguardo all’orizzonte del futuro, verso una sempre nuova e incognita avventura del vivere. L’Altro è colui che si riconosce, anche se non ci rivela il suo nome, dal quale siamo riconosciti, anche se non conosce il nostro nome.

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