di Antonio Errico

Tanto tempo fa, da qualche parte, qualcuno che camminava a quattro zampe, forse immaginò di poterlo fare con due. Così ci provò. Ci riuscì. Gli altri lo guardarono. Prima lo presero per matto, poi ci provarono anche loro. Ci riuscirono anche loro. Se oggi gli uomini camminano su due gambe, probabilmente lo devono a quell’immaginare. Il futuro bisogna immaginarlo. Perché quello che non si può conoscere si può immaginare. L’immaginazione è più importante della conoscenza, diceva Einstein. La conoscenza è limitata, l’immaginazione abbraccia il mondo, stimolando il progresso, facendo nascere l’evoluzione.
Quasi sempre l’immaginare è carico d’interrogativi, sia che si rivolga al nostro essere individuale, sia che si rivolga agli scenari culturali.
Gli scenari culturali si fanno sempre più complicati. Le domande che riguardano il loro conformarsi si moltiplicano, si aggrovigliano. Però, forse, ce n’è una che può sintetizzare tutte le altre: una domanda di fondo e fondamentale, che contiene la sostanza, il nucleo, l’essenza dei processi culturali. Così ci si chiede se nei tempi che verranno matureranno esperienze e conoscenze esclusivamente attraverso nuovi mezzi e nuove forme del sapere, attraverso linguaggi che sostituiranno quelli che adesso usiamo, oppure mezzi, forme, linguaggi vecchi e nuovi si integreranno sapientemente. Continueremo a studiare, a leggere fiabe anche sui libri di carta, oppure getteremo i libri nel più grande rogo della Storia, un immenso rogo senza fiamme, e leggeremo soltanto su uno schermo. Andremo ancora a scuola con uno zaino sulle spalle o soltanto con un tablet sotto il braccio. Avremo il passato dietro di noi oppure ce l’avremo ancora davanti, com’è sempre stato.





























































