Gianluca Virgilio e le sue rapsodie

di Gigi Montonato

Tra le definizioni riportate dai dizionari della lingua italiana della parola rapsodia quella più rispondente all’uso che ne fa Gianluca Virgilio nel suo libro Zibaldone salentino II e altre rapsodie (Edit Santoro, Galatina 2025) è una «raccolta di passi o pensieri di uno o più autori sistemati in modo da formare un componimento unitario» (De Mauro).

Qualche anno fa, nel 2020, dello stesso autore uscì un precedente, Zibaldone salentino, poi tradotto anche in francese, una raccolta di pensieri nati da letture, osservazioni, esperienze, a cui il titolo leopardiano conferiva un’aura scolasticamente paludata. Antonio Prete, leopardista illustre, la definì in Prefazione una «limpida autobiografia intellettuale». Ora, per un approccio conveniente alla lettura di questo suo secondo Zibaldone, occorre rifarsi al primo.  Virgilio dice due cose. La prima è che lui ha un diario, la seconda che dal diario trae i testi per lo zibaldone, facendo capire che non tutto del diario è poi dicibile (o pubblicabile?). E infatti nello Zibaldone II insiste su un tema particolarmente attuale, il “non detto”. Non c’è motivo per pensare che l’approccio sia diverso.«Scrivere un libro – dice Virgilio in Premessa – per me non significa scriverlo dopo un’attenta pianificazione, ma solo mettere insieme quanto mi è occorso di scrivere in un certo arco temporale…con un’opera di “cucitura” che non solo li [gli articoli già scritti] colleghi gli uni agli altri, ma li doti anche di un senso complessivo, difficilmente attingibile se considerati nella loro individualità». Viene di chiedersi: che cosa perde lo zibaldone non pubblicando il diario così come si è sviluppato spontaneamente nel corso del tempo?  La risposta la dà lo stesso Virgilio: «Che cosa significa scrivere un diario? Registrare i nudi fatti della propria vita con accuratezza e precisione; ma a che serve tutto questo? A nascondere il non detto, poiché nel diario è possibile scrivere solo ciò che può essere detto, il dicibile». L’ “indicibile” – osservo – a sua volta può derivare da impedimenti propri, psicologici, si dice solo ciò che si ritiene opportuno, o da impedimenti esterni, penso alla censura in regimi dittatoriali. Comunque, per Virgilio, «La buona scrittura è quella che non dice mai tutto, quella che si ferma sul confine del dicibile».

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