Vite barocche di Vittorio Bodini e Gustavo D’Arpe

di Alberto Fraccacreta

Bari, 1959: Vittorio Bodini, allora docente di Lingua e letteratura spagnola all’università, e Gustavo D’Arpe, amico dell’adolescenza leccese, redattore della Gazzetta del Mezzogiorno e attore, decidono di scrivere insieme il soggetto per un film: I posseduti (forse un’eco dostoevskiana) è depositato alla SIAE nel novembre dello stesso anno. Di lì a poco il dattiloscritto diventa un vero e proprio treatment filmico con qualche modifica, tra cui titolo e nomi dei protagonisti: Vite barocche. Trama per un film (a cura di Antonio Lucio Giannone, Besa Muci) restituisce oggi al lettore quell’esperienza artistica che non ebbe mai una compiuta realizzazione cinematografica. Come osserva Giannone nel documentato testo prefatorio, «per scrivere il soggetto, Bodini riutilizzò un suo romanzo giovanile rimasto inedito e incompiuto, pubblicato postumo col titolo Il fiore dell’amicizia, piegandolo però […] ad altre esigenze e ad altri scopi e facendone quindi qualcosa di radicalmente diverso». Se il romanzo narrava le vicende autobiografiche di “vitelloni” meridionali, Vite barocche tenta di penetrare le ossature e le increspature del profondo Sud, un Salento oscuro, lancinante. Il vero protagonista dell’opera – come è detto nella didascalia introduttiva – coincide con «il paesaggio, il paesaggio assolato, le case di calce, i palazzi spagnoleggianti, i fregi e le chiese barocche, gli ulivi e il tabacco». Non è un caso che l’indagine socio-antropologica di Bodini, con l’innesto tecnico di D’Arpe, si intrecci alla spedizione salentina di Ernesto de Martino nell’estate del ’59 (da cui verrà fuori, nel ’61, La terra del rimorso). «Consulente per i riti magici delle prefiche e dei tarantolati», de Martino additerà i motivi tellurici del tarantismo, la vita desolata dei contadini e le leggi immutabili, ferree della realtà pugliese negli «irti contorcimenti di ulivi e fichi d’India». Il barocco è, per Bodini, segno del Sud, «la grande alternativa al mondo classico», come scrisse nella celebre lettera a Carmelo Bene. Dietro l’ostentazione ecco la vertigine, la paura del vuoto. Barocco «nello spirito».

[“La Repubblica – Bari” del 13 novembre 2025]

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