di Antonio Lucio Giannone

Nel 1959 Vittorio Bodini risiedeva a Bari, dove si era trasferito da Lecce nell’agosto dell’anno precedente, prima di stabilirsi definitivamente a Roma a partire dal luglio del 1960. Nel capoluogo pugliese, dove dal ’52 insegnava Lingua e Letteratura spagnola presso l’Università degli Studi, aveva ritrovato Gustavo D’Arpe, suo amico dai tempi dell’adolescenza, che in quegli anni lavorava nella redazione del quotidiano barese «La Gazzetta del Mezzogiorno». D’Arpe, il cui nome oggi è pressoché dimenticato, è stato una poliedrica figura di giornalista e scrittore, ma anche di autore teatrale, di operatore culturale e perfino di attore cinematografico. Nato a Palermo nel 1918, ma di famiglia e origine salentina, si era laureato in filosofia e giurisprudenza presso l’Università del capoluogo siciliano dove fa il suo esordio presso testate giornalistiche locali e nel 1942 pubblica il romanzo Uomini soli con l’editore palermitano Flaccovio. L’anno successivo si trasferisce a Bari dove comincia a collaborare con la «La Gazzetta del Mezzogiorno». Dopo la liberazione si reca a Roma, ma nel 1948 ritorna nel capoluogo pugliese dove viene assunto nella redazione della «Gazzetta», nella quale si occupa di cultura e spettacoli. Negli anni Cinquanta è stato anche direttore del Teatro stabile di Bari.
Nel 1957 pubblica il volume Interno con figure, una raccolta di dodici brevi racconti. Uno di questi, Cappello a lobbia, la cui stesura, stando ai dati interni, dovrebbe risalire ai primi anni Cinquanta, ha come protagonista proprio Bodini che viene descritto in due momenti diversi della sua vita: l’adolescenza e il periodo immediatamente successivo al 1949, anno del suo ritorno dalla Spagna. Nella prima parte, D’Arpe rievoca il suo rapporto di amicizia ai tempi della prima giovinezza svoltasi a Lecce nei primi anni Trenta «sotto il segno della ribellione» e del rifiuto delle convenzioni borghesi. Del giovane Vittorio, l’autore mette in rilievo la «tendenza al vagabondaggio notturno», la passione letteraria che li accomunava, le letture dei poeti “maledetti”, la «vita randagia» che suscitava negli amici «grande invidia per la sua totale libertà»[1]. Nella seconda parte, invece, confessa di provare una forte delusione quando dopo molti anni rivede l’amico, cambiato nel fisico e nello spirito, diventato amministratore di un’azienda vinicola, che parla degli anni passati con distacco e con il «mediocre buon senso dei commercianti e degli esportatori»[2].





























































