Manco p’a capa 283. Genova e il mio “tempo perduto”

di Ferdinando Boero


Via Pre’ 22 febbraio 1986 (Foto pubblicata da Valentino Tedde in Fb).

I sette volumi di Marcel Proust che cercano il tempo perduto erano nella biblioteca di mio padre, un portuale di Genova. C’erano anche Horkheimer, Castaneda e Packard, e poi poeti, da Montale a Dylan Thomas, e Steinbeck e Hemingway, Joyce e Simenon. Donò gran parte deI suoi libri al gruppo culturale dei portuali, quando ancora la sinistra si occupava di cultura. Provai a leggere i libri più impegnativi, da ragazzo, senza trarne gran che. Iniziai a leggere Linus, quello di Oreste del Buono, sin dal primo numero, nel 1965, lo stesso anno in cui, a 14 anni, al Palasport, vidi i Beatles. Sono andato via da Genova nel 1987, e ogni tanto ci torno: di recente per il Festival della Scienza, per un’affollatissima lectio magistralis a Palazzo Ducale, e poi per una tavola rotonda alla Camera di Commercio, in via Garibaldi, patrimonio UNESCO. Quando torno, mi “assale” il tempo perduto, à la Proust. I giovani non lo possono fare, il loro tempo è ora. Quando Marcel scrisse La Recherche, un genovese scrisse la canzone simbolo del sentimento dei genovesi che se ne vanno. Ma se ghe penso. L’emigrante in Argentina pensa ai luoghi della sua gioventù, li rivede, e vorrebbe tornarci, per “posarci le ossa”. Un’altra chiede al piccone che distrugge il quartiere di Portoria di “darci piano” perché quei colpi lo colpiscono al cuore.

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