di Antonio Errico

Demis Hassabis è il Nobel per la chimica 2024 e il co-fondatore di Google DeepMind. In un’intervista al “Corriere della Sera”, ha detto che “Una delle grandi promesse che l’AI offre all’istruzione è l’apprendimento personalizzato. Nelle scuole ci sono spesso classi molto numerose, con studenti più indietro rispetto alla media, e altri molto più avanti. E un solo insegnante, il cui compito è portare tutti a un certo livello. Ma le “code lunghe” che fine fanno? Credo che l’AI possa giocare un ruolo importante, può stimolare gli studenti più capaci, proponendo sfide aggiuntive, e può riorganizzare il percorso per chi è indietro. Come può un insegnante da solo fare tutto questo? Con l’AI forse diventa possibile: non per sostituire l’insegnante, ma per supportarlo. E di conseguenza dovrà cambiare il ruolo dell’insegnante stesso”.
Hassabis ha molte ragioni, probabilmente. Però, riflettendoci un attimo, qualche dubbio può anche risultare legittimo. Per esempio: è vero che ci sono casi di classi molto numerose, che ci sono studenti che restano indietro e altri che vanno avanti. Ma viene da domandarsi, così, da uomo della strada, per quale ragione prima di affidarsi agli assistenti digitali cognitivi a sostegno del lavoro dei docenti, non si assumono insegnanti veri, come quelli che abbiamo conosciuto e conosciamo (che, fra l’altro, riorganizzano il percorso di chi sta avanti e di chi sta indietro) in modo da formare classi meno numerose e organizzare gruppi di livello flessibili. Poi, un’altra domanda che viene in testa all’uomo della strada è una specie di paura. Questa: non è che l’intelligenza artificiale, a conti tutti fatti, finisca con il generare un intelligente artificiale?




































































