di Ferdinando Boero

Nel 2022, sette mesi esatti dopo l’invasione russa dell’Ucraina, ho pubblicato un articolo a favore della leva obbligatoria (Manco p’a capa 109. Perché l’art. 52 della Costituzione andrebbe rispettato). Da allora, abbiamo assistito a un crescendo (lo uso al posto di escalation) di esaltazioni di armi e di eserciti. Dal Green Deal siamo passati a Rearm-Europe, poi cambiato in Readiness 2030, con l’obiettivo di mobilitare fino a circa 800 miliardi di euro per rafforzare la difesa dell’UE. Il finanziamento per ottenere questo obiettivo avverrà con uno strumento finanziario chiamato SAFE (Security Action For Europe). Fonti ufficiali riferiscono (Bilanci della difesa degli Stati membri dell’UE) che nel 2024 la spesa aggregata in difesa degli stati dell’UE sia stata di 343 miliardi di euro, mentre diversi osservatori stimano che la spesa militare russa, nello stesso periodo, sia stata di 149 miliardi di dollari. I russi usano il 7% del loro PIL per armarsi, contro l’1-2% del PIL europeo. È vero che la Russia dispone di armi nucleari, ma l’uso su territorio europeo comporterebbe un rischio altissimo anche per il paese aggressore: il fallout radioattivo, infatti, è trasportato dalle correnti atmosferiche e non rispetta confini politici. Alle latitudini europee prevalgono venti da ovest verso est, anche se le condizioni meteorologiche complesse rendono imprevedibile il percorso della nube radioattiva: perciò, per la Russia, puntare su un attacco nucleare come strategia credibile sarebbe non solo folle, ma potenzialmente suicida.





























































