di Luigi Scorrano

Quando un poeta si affaccia per la prima volta all’attenzione del pubblico con un libro, la preoccupazione di dare il meglio della sua produzione può riuscire vincente persino sull’esigenza di unitarietà del prodotto. È quel che accade, o sembra accadere, a un’opera prima di recente pubblicazione: La cravatta di Stolypin di Gerardo Trisolino (Manduria, Lacaita, 1987, pp. 96).
Certo, non bisogna leggere ogni libro di poesia con l’ossessione di trovarvi a tutti i costi un “canzoniere”; una struttura che lega insieme le varie parti finisce per costituirsi anche, si direbbe, involontariamente e cresce insieme all’espressione poetica, fa corpo con quella, si rivela come griglia d’interpretazione della realtà: ed è il modo che un poeta, come ognuno di noi, ha di guardare il mondo. Sicché temi, tonalità, occasioni, eventi, pensieri possono in fasi successive variare; invariato, o solo più avvertito, è il fondale su cui s’accampano e che li mette in evidenza.
I temi di Trisolino muovono da privato a pubblico, da vicenda individuale a rappresentazione corale. Ma la distanza tra gli uni e gli altri è meno rivelata di quanto si possa immaginare, perché il “privato” non è chiusura in sé, ma descrizione veritiera e dolente di un iter tipico di tanti individui e la coralità non è se non la somma di tanti cammini paralleli, di tante esistenze che si riconoscono uguali o affini, intimamente solidali non per essersi ritrovate in comune difesa di rapina ma legate dalle stesse umiliazioni, dalle stesse ansie, dagli stessi dolori.





























































