Questo è proprio d’ogni
sezione del libro di Trisolino, con arricchimenti progressivi, con affondi sempre
più decisi in una realtà che sembra definitamente
imprigionata negli stereotipi del fatalismo e della rassegnazione, ma appare
ben diversa se guardata da vicino.
La prima sezione, Lettera a Vittoria, s’affida alla forma lettera, forma ricorrente di tanta poesia novecentesca. La parola s’aggira nello spazio dell’esperienza privata, con rare aperture verso altro (o altri). Vi si può notare allusa una sottrazione continua del vivere, in quel frequente sottocanto in parentesi che spia una parte di vita accantonata. Tra parentesi sono messe non solo osservazioni secondarie, ma profondi trasalimenti, officiature della memoria, ansia di apparizioni e interrogazioni, persino le speranze che si affidano al futuro.
I segni dell’inganno, la seconda sezione, percorre uno spazio domestico, di quotidiane sofferenze, di attese deluse. S’affacciano e si svolgono, come nelle sezioni seguenti del volumetto, i temi della dura vita contadina, dell’emigrazione, della delusione storica, delle attese e delle promesse irrealizzate, dello straniamento osservabile nello scarto tra tradizione di luoghi natali e imperativi dettami delle mode. Si sgranano amareggiate contestazioni su un mondo travolto dalla ferrea legge del “progresso”: «Le ragazze con blue jeans / scoloriti e aderenti con l’aria e la stravaganza / delle ragazze settentrionali (televisive) / siedono in grosse cilindrate / parcheggiate / dinnanzi all’ospedale di Rossano pensile / come tutta la regione» (Per la Calabria); o, ancora: «(Le terre volano dai finestrini / gli operai portano immagini verdi negli occhi stanchi / tra i fumi dell’Italsider di Taranto / gli idrocarburi dell’Enichem di Brindisi)».
Non realtà chiusamente regionale (o regionalistica), ma sguardo d’insieme sulla “condizione Sud”. Forse c’è ancora qualche filo dell’eterno lamento per il Sud, strappato però di continuo dall’artiglio di una coscienza che non accetta il ruolo di passiva spettatrice, ma, nel momento in cui registra una situazione, opera una forma di intervento, battagliera e non rassegnata. E se corre nel libro, ora sotterraneo ora visibile, un rivolo d’elegia, ciò che si impone è un atteggiamento combattivo. Di là viene l’infittirsi di motivi polemici, che toccano gli aspetti più diversi della realtà del Sud: le brutte costruzioni che perpetuano quelle «dell’altro regime» (Il rione), l’interpretazione controcorrente di cronaca/storia dei luoghi (Dall’Argentina, A Giovanni Gigante); l’epica di sudore e sangue dell’occupazione delle terre da parte dei contadini del dopoguerra (Al mio paese). Aguzza la punta polemica anche l’apparente stravolto succedersi delle stagioni, ormai «ridotte a due come i partiti».
Il contatto con il mondo, salvo ciò che se ne isola nell’intimità di se stessi e forse solo d’un geloso cerchio d’affetti, è all’insegna di un totale disincanto o dell’acquisto di una verità che si conosce amara e tale si perpetua nella sordità del mondo. Il reciso “rifiuto del miracolo” germina dalla coscienza del dover vivere, pur dura- mente, senza nulla attendere dagli altri, dai “santi”, celesti o terreni che siano: «E non aspetti noi Pompei né Lourdes /…/ I nostri genitori sono disperati / dicono che non abbiamo idoli / che occorre avere una Pompei e altro / e permettersi parecchie amicizie nelle parrocchie / e nelle case degli onorevoli».
Si prendono le distanze da ciò che fu (se mai fu, per altri, in un altro tempo) fede o certezza: «Restituisci tutto: pietà e carità / non è roba per noi / (abbiamo altro per la mente)» (I segni dell’inganno). Si è «aldiquà della metafisica». I “santi” su cui si fa, talvolta, affidamento in terra sono stabili finché si può dar loro qualcosa: «Quel santo che aveva promesso / di aiutare la nostra famiglia / ha fatto i bagagli / perché non avevamo più lumini pro-voto» (Ritratto di un santo).
Ci si aggira in un mondo che dovrebbe essere familiare e risulta irriconoscibile. Si ripensa a un fiore-segno, un simbolo: il fiore della camomilla. Una piccola ricchezza da poveri usurpata dal “mercato”, travolta dalla “commercializzazione” del prodotto: «la concorrenza del mercato / delle bustine-filtro» (Fiori di camomilla). Nulla più è “naturale”: la camomilla è «oramai senza profumo».
C’è un senso di naufragio in un mare minaccioso, nella navigazione verso una terra senza fari e senza approdi. Il futuro stesso sembra postulato dalla necessità di illudersi più che non dalla certezza di migliorare la vita. Il dettato sfocia talvolta nel rimpianto, magari evocando “segni” di natura, come le crepe dolci sulla buccia dei fichi «scritti», forse «unico messaggio di un popolo analfabeta» (Dopo il naufragio). Qualche altro segno, un gesto rituale e superstizioso, dice, per altri aspetti, la difficoltà di penetrare per forza di ragione attraverso le difese di una forma di vita che fu, tramandata per generazioni, fatta “natura” anch’essa: «Dico a questo contadino /…/ che è errato pensare / a qualcuno che abbia / le nostre abitudini / anche nell’aldilà /…/ Mi risponde / baciando un pezzo di pane / caduto sul pavimento terragno / e segnandosi» (Antropomorfismo).
Al mondo contadino, alle sue attese deluse, alle ingiustizie perpetrate nei suoi confronti, si rifà la sezione che dà il titolo al volume. E il titolo lo spiega l’autore stesso, fornendo così al lettore un’agevole chiave di lettura per l’insieme delle poesie.
Egli scrive: «Il titolo della raccolta richiama l’espressione coniata dopo la rivoluzione russa del 1905 per definire il sistema repressivo e il facile ricorso alla forca, “la cravatta di Stolypin” appunto, attuati da Pëter Arkad’evic Stolypin, ministro dell’Interno e presidente del Consiglio. Il suo tentativo di attuare una riforma agraria, mirante a creare la libera proprietà contadina privata nella Russia zarista per arginare la diffusione del socialismo nelle campagne, mi ha suggerito l’analogia con la riforma agraria attuata nel sud dell’Italia nel secondo dopoguerra».
L’episodio, la particolare occasione, diventa metafora di tutte le occasioni mancate: non va letto isolatamente. Tanto che, così non fosse, meno si capirebbe una poesia come Nel lager di Spilimbergo, una composizione condotta contemporaneamente su due registri. Una sorta di partita doppia. Da una parte è la logica dei luoghi comuni e delle parole d’ordine, il vuoto delle iniziali maiuscole, della scandita vuotaggine militaresca: enfasi e violenza del grido. Dall’altra parte è la non-vita del servizio militare, la sospensione dei sogni e delle attese consumate nell’obbedienza «dovuta (estorta)».
Poesia “civile”, dunque, questa di Trisolino, per quanto non tutto del libro – e si è già detto – sia da leggere in questa cifra. Il linguaggio è contenuto, conversevole, giocato sul tono minore della prosa e della comunicazione quotidiana. Rarissima la presenza di un lessico localmente caratterizzato (fichi «scritti», tomoli; e sono forse le uniche concorrenze). Colpisce nella scelta delle immagini, piana e senza ricercatezze, qualche inconsueta similitudine: quella, ad esempio, dei girasoli che, nel pomeriggio assolato, «sembrano puniti anch’essi con il collo in giù / come giraffe addormentate».
Se c’è un rischio dal quale la poesia di Trisolino è insidiata è quello della caduta, per accentuazione e ‘riduzione’, di certi aspetti polemici, nella schermaglia ‘politica’ d’occasione. Qualche esempio si potrebbe indicare, ma sarebbe come cercare a tutti costi ed ingenerosamente enfatizzare un difetto che, per ora, resta più nascosto che visibile. Vale, invece, e più, leggere il libro come l’espressione avvertita di una coscienza vigile e pronta che combatte animosa la sua battaglia e che, soprattutto, si fa interprete, anche attraverso la propria storia, d’una storia di popolo, d’una comune ferita.
[“Quotidiano di Lecce”, 16 dicembre 1987]





























































