I resti di Babele 55. “Sallentina” tra arte e libri. Virgilio racconta la periferia

Perché per comprendere una terra – che significa molto più di territorio- è necessario, indispensabile, confrontarsi con la pluralità delle forme culturali che costituiscono la sua rappresentazione e la sua espressione. Allora, le recensioni che compongono questo libro non sono rendicontazioni di un argomento, ma l’esercizio di una critica che implica e si risolve in una visione del contesto e del particolare culturale. Virgilio prende posizione, discute, si confronta. In qualche caso la sua prosa assume un andamento narrativo.  In qualche caso diventa accento affettuoso, come accade nelle pagine dedicate ad Antonio Prete. Dice che ci sono scrittori che accompagnano la nostra vita, ai quali si rimane fedeli per un desiderio di conoscenza. (Capisco perfettamente il rapporto di Gianluca Virgilio con Antonio Prete, e condivido le consonanze, il sentimento di amicizia, l’incantamento che provoca la scrittura.) Si potrebbe pensare che non bastano vent’anni per capire i processi culturali che si verificano in una terra. Invece forse bastano. Dipende da cosa e da come si osserva: dall’oggetto e dal metodo. Gianluca Virgilio ha selezionato quello che il suo sguardo ha considerato significativo, che in qualche modo ha lasciato traccia, ha rappresentato una svolta d’angolo nel percorso della cultura del Salento in questi anni di secolo nuovo, di nuovo millennio. Non solo. A volte ha selezionato quel libro che ha smosso la sua memoria, che gli è rimasto dentro, che ha cambiato il suo sguardo, il suo modo di guardare quel luogo dell’anima chiamato Salento. Certo, qualche volta vorrebbe che fosse diverso da com’è. Però sente che gli appartiene, profondamente: così com’è.   

[“Nuovo Quotidiano di Puglia”, giovedì 27 novembre 2025]

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