
Per quale motivo l’artista di origine galatinese, romano d’adozione (cosmopolita intellettualmente) pur avendo a portata di mano i mezzi di comunicazione già ampiamente sperimentati, quali quelli filmici e televisivi (lo conosciamo infatti come apprezzato autore di testi per la RAI come “Mixer”, “La storia siamo noi”, tra i tanti) torni a prediligere un mezzo meno di massa e più di nicchia, come appunto l’arte contemporanea, di certo incuriosisce non poco. Del resto Rizzelli, in virtù del suo lavoro, conosce più di ogni altro la potenza della cassa di risonanza che il mezzo televisivo è capace di rivestire ai nostri tempi, come gli altissimi indici di audience raggiungibili proprio con le notizie di cronaca nera, tant’è che ogni giorno sui vari canali non si contano, addirittura si sovrappongono, innumerevoli programmi sullo stesso argomento. Tuttavia possiamo pensare che proprio per questo motivo, nell’affrontare un argomento che lo ha fortemente sensibilizzato, egli abbia deciso di non aggiungere altra legna sul fuoco di un sistema, come quello radio-televisivo, che appare oramai saturo di programmi dedicati. E allora ci chiediamo: chi è veramente Rizzelli? Rizzelli è un cannibale, il quale piuttosto che nutrirsi di carne umana si nutre di fatti umani, delle vicende che riguardano l’umanità, spesso in maniera tragica, ed è insaziabile, ingurgita tutto e lo rivomita sulla propria pelle lacerata e ferita, come egli stesso ama affermare sull’ennesimo cartellone: “Io sono un cannibale. Ingurgito tutto: volti, notizie, spunti, citazioni, aggressioni, immagini, reperti, profumi, tradizioni. Ingurgito tutto e lo rivomito sotto forma di piccole/grandi lacerazioni sulla pelle ustionata della Storia di un uomo – il mio uomo- travolto dagli istanti che scorrono inesorabili nelle vene di un sangue chiamato Tempo”. Il suo appare quindi un destino di sofferenza e di lotta, rischiando a tratti di essere travolto, suo malgrado, dagli eventi stessi, dalle notizie, quelle stampate sulle migliaia di quotidiani e rotocalchi che si accatastano oramai nella sua cantina, dove egli non riesce più, probabilmente, neanche ad entrare, e nella sua mente, dove le notizie invece riescono ancora, inesorabilmente, a trovare spazio, prima di essere rigurgitate fuori. Emerge quindi la figura dell’antropologo culturale, conoscitore degli insegnamenti di Marshall Mc Luhan sui cambiamenti sulla società indotti dai mezzi di comunicazione (“il mezzo è il messaggio” o “il mezzo è il massaggio”), quasi impercettibili ma incisivi e continui, per cui, semplicemente, Rizzelli sceglie di utilizzare un mezzo non consueto, tuttavia altrettanto efficace nel richiamare l’attenzione del pubblico con una modalità altamente scenografica. E qual é la sua scenografia in questa occasione? L’impianto di base è quello utilizzato in “Terra promessa”, quadri composti di pagine di quotidiani, cartelloni con le sue profonde riflessioni, gigantografie, il materasso con il corpo di Sally Blu vivo e nudo, con una maschera sul volto. Rizzelli, anche lui con una maschera sul volto, rassomigliante a una delle figure inquietanti, quasi surreali, tracciate da Gino De Dominicis, seduto nudo su una sedia da ufficio, regge uno schermo dove passano in loop le immagini del “delitto del Circeo”. Alle sue spalle una gigantografia di Gianluca Soncin, assassino di Pamela Genini, mentre alle spalle di Sally Blu la gigantografia di Emy Pellegrini, un’influencer creata da IA, immagine virtuale che l’artista “immagina” quindi come vittima dell’ennesimo assassinio.

Due citazioni artistiche fondamentali compaiono in questa scenografia, cui Rizzelli non intende sottrarsi, dal momento che egli dà prova di perseguire non l’originalità ad ogni costo, ma la cronaca, il resoconto, lo scuotimento della coscienza individuale e collettiva, ricorrendo a tutti i mezzi a disposizione, soprattutto alla storia e qui alla storia dell’arte: una è quella di “Rhythm O” di Marina Abramovic, l’altra è “My Bed” di Tracey Emin. Per quel che riguarda la prima compare un tavolo con un inventario di oggetti usati in maniera ricorrente dagli assassini, una serie di armi proprie ed improprie, mentre, per quanto riguarda la seconda, è presente un letto disfatto con una serie di oggetti, reperto del vissuto di una donna poco prima del crimine.
La scenografia si muove così tra immagini alterne di corpi reali e immagini-simulacro di soggetti implicati nei delitti e in un caso la vittima sembra essere Emy Pellegrini, addirittura “simulacro del simulacro”. Qui è d’obbligo una precisazione, dal momento che nell’immaginario dell’artista la vittima diviene non una figura reale, bensì una creazione virtuale, l’influencer generata da IA, il simbolo della perfezione femminile che è stata capace di attrarre, e trarre in inganno come spesso accade oggi, tanti uomini sui social, ma l’assassino-narciso questa volta è caduto nella trappola che Rizzelli gli ha teso ed ha ucciso solamente un’immagine, l’immagine-narcisistica, uccidendo paradossalmente alla fine se stesso.
È questo il lampo di genio di Rizzelli, la sottile intuizione che solo un profondo conoscitore dei media quale egli è poteva mettere in gioco nella costruzione scenografica del progetto. La citazione finale è quella di Hermann Nitsch, il promotore dell’azionismo viennese, con la comparsa reale del sangue sulla scena del crimine.
L’epilogo della performance consiste infatti in una teatralizzazione liturgica catartica, espiatrice, dove 5 litri di sangue vengono versati sulla testa dell’artista dagli spettatori, che aspettano il proprio turno, in fila, per prendere il proprio bicchiere ed attuare il rito, mentre sull’ennesimo cartellone si legge la citazione evangelica: “Prendete e bevetene tutti: questo è il calice del mio sangue…” (Mt 26:26–29), che la voce ieratica di Rizzelli ripete con insistenza. Rito, liturgia e rischio di spettacolarizzazione dell’essere umano e del suo destino triste da parte del potere mediatico, che l’artista-giornalista-antropologo conosce come già detto meglio di ogni altro, al punto che non fa fatica a denunciare che spesso si tratta di “riduzione della vita umana a notizia” e di “perdita identitaria” nella società in cui viviamo.








[Photo courtesy Stefano Rizzelli da videofilm]





























































