Nuovo Zibaldone Salentino X

di Gianluca Virgilio

Spirito critico e spirito autocritico hanno bisogno di una misura, ovvero di un criterio (critica e criterio derivano entrambi dal greco kríno (“giudicare”, “distinguere”, “separare”). Il criterio può essere l’adesione ad una teoria, dottrina, filosofia, ecc. (per cui si parla di critico psicoanalistico, marxista, hegeliano, crociano, ecc.), che funge da misura dell’analisi. Ma in questi casi, si tratta di un criterio esterno, che il critico assume su di sé e fa valere come proprio. Nel come è la differenza rispetto a chi valuta da un punto di vista maturato nel tempo e che non ha un aggettivo preciso a cui accompagnarsi. S’intende che questo spirito critico potrà anche essere fasullo, se nel tempo il sedicente critico non ha maturato alcunché; al contrario, la critica avrà seria efficacia se nasce da un vissuto intellettuale che garantisce la bontà di una scelta, di una valutazione, di un giudizio. Parlo di un vissuto all’insegna dello spirito autocritico, perché è bene che chi vuol giudicare l’altrui abbia prima sottoposto ad esame il proprio. Dunque, il senso critico presuppone il senso autocritico, o per lo meno va di pari passo con esso, come autentica garanza della legittimità di una interpretazione.

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Il punto di vista critico è un punto di vista prospettico. Esso non si forma all’improvviso come un fungo, ma è il risultato, come si è detto, di una lunga elaborazione di numerosi materiali culturali con cui nel tempo ci si è venuti confrontando e della lenta maturazione di un’esperienza biografica. Dalla fusione di queste due attività, che nella vita di ogni uomo, e tanto più in quella di uno studioso, procedono di pari passo perfettamente integrate, nasce la sintesi del punto di vista, che altro non è che la capacità di guardare con occhio sgombro da pregiudizi all’oggetto della propria analisi, comprendendone non solo l’immediato messaggio, ma anche le riposte e latenti intenzioni, rimandanti ad un altrove che l’occhio prospettico deve essere in grado di cogliere, sotto pena di rimanere in uno stato si ignoranza o addirittura di farsi ingannare.

Vita e cultura, dunque, sono gli elementi che costituiscono il punto di vista critico: la vita, con tutte le sue vicende mai prevedibili, buone e cattive, ma sempre portatrici di esperienza; la cultura, che nasce dallo studio e dall’impegno individuale: ma chi mai potrà dire (eccetto Stéphane Mallarmé) di aver letto tutti i libri? Così il punto di vista porta con sé le cicatrici delle ferite aperte dalla vita e insieme le mancanze e le lacune di una cultura che mai potrà essere totale. Ecco perché il punto di vista critico non sarà mai definitivo, ma sempre limitato, parziale, suscettibile di cambiamento; ecco perché molteplice e infinita è l’interpretazione dei fatti del mondo. Riconoscere tutto questo significa ammettere che noi umani siamo degli esseri limitati e che il nostro pensiero non ha nulla di assoluto ed anzi, come tutte le cose, è destinato a mutare.

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