Nuovo Zibaldone Salentino X

Senso critico scolastico. Così, per esempio, quando si dice che lo studente deve sviluppare il senso critico, s’intende che la sua crescita deve essere accompagnata dal sapere e da un’approfondita conoscenza del mondo, che gli forniscano tutti gli strumenti atti a sviluppare un punto di vista critico prospettico come garanzia di maturità e di raggiunta capacità di fare delle buone scelte per il futuro. Quanto la scuola-azienda sia utile allo scopo, proprio non saprei dire.

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Il valore dell’utopia. Per quanto l’analisi critica dello status quo possa essere negativa, sarebbe un suicidio decidere di rimanervi irretito. Qualunque avventura intellettuale guarda al futuro in maniera positiva e, se sa evitare il velleitarismo, sa prefigurarsi un mondo migliore in maniera distinta sotto forma di utopia. Questo e solo questo rende l’uomo libero e “umano”. Ne parla Nicola Chiaromonte, Nota sulla civiltà e le utopie, in “Solaria”, aprile-maggio 1933, ora in Lo spettatore critico, Mondadori, Milano 2021, p. 93: “La capacità di esprimere “utopie”, cioè, alla lettera, disegni di cose che non sono in nessun luogo, è connaturata alla più nobile libertà dell’uomo, quella di credere nella vita, e di avere nella realtà delle “cose migliori” una tal fiducia che una riflessione intorno ad esse porti necessariamente a figurare un mondo retto in maniera che l’uomo possa finalmente esservi uomo.”

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Russofobia. Ieri un amico mi diceva che da quando la russofobia si è impadronita dell’Europa gli è cresciuta la voglia di leggere gli autori russi e di conoscere meglio la cultura di questo popolo. – Sai che la stessa cosa è accaduta anche a me? – gli ho risposto.

Il fatto è che la russofobia è un’ossessione delle classi dirigenti europee, che fomentando questo cattivo sentimento vorrebbero convincere i popoli che bisogna spendere i soldi per le armi e prepararsi alla guerra contro il cattivo orso dell’est. Oh, se potessero mettere le mani sulle grandi risorse russe! E quante volte ci hanno provato senza riuscirci! Ma i popoli queste cose le sanno perché nel loro DNA ci sono ancora le sofferenze inenarrabili delle armate di Napoleone e quelle di Hitler. Le classi dirigenti dimenticano, i popoli no.

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Osservazioni cittadine. Il mio amico Giampiero mi fa notare che in città l’ultimo pergolato è stata eradicato, direi meglio travolto dal caterpillar insieme alle macerie della casa cui un tempo, d’estate, s’appoggiava, rendendo uva e ombra. Uno alla volta, sono scomparsi tutti i pergolati urbani, che io ricordo bene e potrei indicarli tutti, ognuno nella sua strada. Erano i segni della civiltà contadina che portava in città una parte di sé, la più gentile. L’ultimo pergolato deve ora la sua scomparsa all’opera di bonifica della zona vicina al nuovissimo McDonald’s. Nessuna recriminazione, dice Giampiero, il nuovo non si può fermare e tanto meno può farlo un pergolato semiabbandonato. Passano i giovanissimi e non vedono nulla. Ma io e te, caro Giampiero, vediamo una casetta bianca e una pergola verde con molta uva che pende e ancora ci viene la voglia di buttarci le mani!

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The End. Un giorno dovrò porre fine alla redazione di questo Zibaldone e penso a come questo potrà accadere. La soluzione più naturale sarà sicuramente quella dell’afasia, o forse dovrei dire meglio dell’agrafia (ma le due cose in fondo si corrispondono). Insomma, non sarà scritta la parola Fine, ma ci sarà un periodo breve di farfugliamento, un incespicare sulle parole, un confonderle, un dire una cosa per un’altra, mentre il fiato manca e la mano trema e poi tutto si risolverà nel silenzio e nella pagina bianca. Penso agli ultimi giorni di Gianni Celati, a come diventavano incomprensibili le sue parole, o forse era il mondo che per lui diventava incomprensibile.

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La storia si ripete. Gli indiani d’America furono scacciati, segregati, sterminati, i superstiti posti ai margini della società dei cosiddetti “liberi”. V’era l’esercito degli yankee che li respingeva sempre più ad ovest (la conquista del West) e c’erano le bande armate di coloni che non esitavano a “farsi giustizia” da sole. Questa storia si ripete oggi in Palestina. Sono gli americani e la loro longa manus israeliana, coi coloni che danno man forte, gli agenti del nuovo sterminio, che avviene precisamente come al tempo del genocidio degli indiani d’America. Allo stesso modo i palestinesi vengono scacciati, segregati, sterminati, i superstiti posti ai margini della società dei cosiddetti ” liberi”. La storia si ripete, purtroppo non come farsa, ma come tragedia. Possiamo dunque concludere con qualche ragione che l’Occidente abbia una vocazione genocidaria?

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Barocco leccese. Credo che nessuno meglio di Vittorio Bodini abbia saputo riconoscere l’essenza vera del barocco leccese, e che lo abbia fatto non con una dimostrazione “scientifica”, ma con una visione d’insieme della realtà del suo tempo (e non solo), che ha tutto il valore di una sintesi immaginifica ben riuscita. Egli scrive in Barocco del Sud, a cura di Antonio Lucio Giannone, Besa, Nardò 2003, pp. 80-81 (la prosa è del 1950): “Via via che ci addentriamo in questa città che occupa di sé tutto il tallone d’Italia, ci convinciamo che nulla sul nostro cammino attraverso il Sud ci aveva preparati ad un simile incontro, talmente è diversa rispetto a ogni altro paese che la precede. Siamo nelle viscere del Seicento. Ma c’è di più: basta fermarcisi a vivere pochi giorni perché a poco a poco si faccia strada in noi un sospetto stranissimo, che essa non sia un luogo della geografia, ma una condizione dell’anima, a cui arrivi solo casualmente, scivolando per una botola ignorata dalla coscienza. E’ una condizione folta d’una angoscia che vi insegna essa stessa mille trucchi e passività per mezzo dei quali potersene liberare. La volubilità, i sofismi forensi o del cuore, gli orologi fermi, la passione del gioco sono altrettanti modi per sfuggire al senso del vuoto che è alle spalle di questa estrema pianura dove l’Europa ha termine, e da cui ognuno coltiva segretamente un progetto di fuga e di effettiva avventura.”

Scivoliamo, dunque, per questa botola, che conduce all’angoscia, dove ci porta il sospetto di non essere in un luogo fisico, ma mentale, dove siamo finiti come in una ragnatela da cui è difficile liberarsi. Quando ci siamo dentro, impigliati, ovvero quando l’angoscia è dentro di noi, ci inventiamo sofismi, trucchi, espedienti, diventiamo causidici, al solo scopo di sfuggirvi. Ma in realtà non facciamo nulla di veramente risolutivo, continuiamo ad ingannarci con rituali antichi ormai privi di senso e che sembrano come tanti orologi fermi; ai nostri ospiti venuti da lontano ostentiamo meraviglie, delle quali solo noi sembriamo stupirci, senza trarne nessun insegnamento; e continuiamo a giocare d’azzardo col vuoto che incombe, sapendo che un giorno non molto lontano perderemo tutto. E già ora il viaggiatore, partendo, ci commisera. L’horror vacui non può essere vinto. Così, proprio come diceva Bodini, molti progettano di fuggire verso luoghi lontani perché sanno che questa è una terra dove nessuna avventura può aver luogo. Molti che hanno avuto la fortuna o il coraggio di partire, da vecchi tornano per morirvi. Tutto questo è barocco leccese.

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I capelli di mia nonna. Di solito si andava a trovare mia nonna, a Corigliano d’Otranto, la domenica pomeriggio dopo pranzo. Ma accadeva talvolta che nel corso della settimana mia madre fosse presa dal desiderio di rivedere la casa della sua giovinezza e allora ci mettevamo in macchina e in mezz’ora eravamo a destinazione. Fu in una di queste occasioni che feci la scoperta dei capelli di mia nonna. Non eravamo attesi e quando ci venne aperta la porta di casa mi apparve mia nonna, seduta davanti ad uno specchio posto sulla consolle, volta di spalle verso di noi – sicché io vedevo anche l’immagine riflessa -; aveva indosso un asciugamano di cotone, in parte ricoperto dai lunghi capelli brizzolati che le cadevano quasi fino a terra; e dietro di lei, mia zia, intenta a pettinarla, sciogliendo i nodi e eliminando qualche peluria, le cosiddette carfìe, con movimento lento della mano dall’alto della testa verso il basso, a tal punto che doveva piegarsi per poterne venire a capo. Io era abituato a vedere mia nonna, che allora dove avere all’incirca settant’anni, coi capelli raccolti sul capo in una crocchia, nella quale ella infilava sapientemente delle forcine, e non avrei mai immaginato che quell’acconciatura nascondesse così lunghi capelli. Al vederci entrare riflessi nello specchio, mia nonna fu presa da un qualche imbarazzo, come di chi si trovi a mostrare inaspettatamente e senza volerlo una nudità. Ma io e mia sorella subito le facemmo i complimenti per i suoi bellissimi capelli, che fino ad allora ci aveva tenuto nascosti; e lei allora ci sorrise coi suoi occhi cilestrini e ci fece accostare per darci un bacio.

Ora il mio lettore sa a cosa penso sempre, ogniqualvolta rileggo i versi di Vittorio Bodini: “Nel mattino senz’uomini allattano i figli / le donne sulle porte e lungamente si pettinano. / E che neri capelli, che capelli / che non finiscono mai, / fra quelle bianche case con le file / di zucche gialle sulle cornici.” (Nella penisola salentina, in Dopo la luna).

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