di Gigi Montonato

L’amico Mons. Salvatore Palese di Acquarica del Capo, docente emerito di storia al Seminario vescovile di Molfetta, volle che mi incontrassi con Mons. Vito Angiuli, Vescovo di Ugento-Santa Maria di Leuca. Si disse, costui, curioso di conoscere i salentini, lui che veniva da Sannicandro di Bari. Riceveva regolarmente “Presenza”. Che fosse stato lui a chiedere a don Salvatore di combinare l’incontro o che fosse stato don Salvatore a sollecitarglielo, non so. In verità non ne ero molto entusiasta, per una mia certa ritrosia a conoscenze non finalizzate; ma non c’era motivo per sottrarsi. Trovai un uomo giovane, affabile e cordiale, molto laico. Voleva sapere in che cosa consistesse la tanto conclamata salentinità. Me ne uscii dicendo che non c’è modo migliore per conoscere la salentinità che frequentando i salentini e che dunque sarebbe arrivato a conoscerla praticandoli per un po’ di anni. Confesso che fu un escamotage per non saper che dire. Come si può trattare un argomento tanto complesso alla stregua di un teorema? Una persona come lui non poteva pretendere una formula. Mario Marti, in uno dei suoi tanti libri “raccolta”, aveva detto che «Passerebbe il mondo, se si dovesse definire in astratto la “Salentinità”». «A me basta – aggiungeva il Professore – la convinzione (inequivocabile, mi pare) che il Salento sia una “regione” almeno linguisticamente, e dunque anche storicamente, culturalmente, antropologicamente. “Salentinità” e “cultura salentina” sono, a mio giudizio, soltanto delle ipotesi di lavoro, che a volta a volta aggrediscono, con la varia metodologia, con la varia ideologia di chi lavora, tutte le “cose”, direttamente o indirettamente, legate alla “regione”, coinvolgendole nella generale analisi storico-culturale tout-court» (Occasioni salentine, Centro socio culturale “Sant’Ammirato” di Lecce, Galatina, Editrice Salentina, 1986).




































































