Sallentina di Gianluca Virgilio

Ora mi giunge graditissimo un volume di Gianluca Virgilio, Sallentina (Galatina, Edit. Santoro, 2025, pp. 229). È una raccolta di articoli e recensioni ordinata in tre parti, che va dal 2004 al 2025. Il volume è prefato da Antonio Lucio Giannone in dettagliata descrizione. In Premessa Virgilio ne mette subito in chiaro il titolo: «Vi si parla di cose salentine, al di là di ogni spirito localistico. Ho ascoltato la voce di non pochi scrittori operanti in quest’angolo di mondo negli ultimi decenni, […]. A loro si deve la narrazione a più voci, che ha fatto del Salento non più una realtà periferica, ma un luogo di elaborazione culturale almeno di pari dignità rispetto a qualunque altro luogo d’Italia, e non solo» (p. 13). E definisce “neobarocco” e “conservatorismo salentino” la tendenza a conservare i caratteri della tradizione, con al centro la pizzica e tutto quello che ad essa si lega o da essa consegue. Una selezione – mette in guardia l’Autore – per non cadere nell’errore di pensare che abbia quasi voluto «istituire un canone degli scrittori salentini» (p. 14).

Ora sappiamo che tutto ciò è vero, perché il Salento, negli ultimi settant’anni, ha un po’ cambiato pelle, beneficiando di tre grandi fattori: la Televisione, l’Università e il Quotidiano (giornale). A queste aggiungerei l’Emigrazione, che non solo ha risolto il problema economico, a causa del quale era nata fin dal primo dopoguerra, ma ha come modellato, direi sgrossato senza cambiarne la natura, tanti nostri conterranei. Sarebbe stato impossibile pensare a qualche cambiamento senza queste corazzate mediali e formative. Ma sarebbe stato altrettanto impossibile che il Salento riuscisse ad evitare di essere pasolinianamente omologato, se non avesse avuto uno spiccato e forte senso identitario. Salentinità, dunque, eternamente in essere e in divenire.

Oggi Salento, nelle sue varie declinazioni, è una sorta di brand, del quale si va fieri. Lo stesso Virgilio ha titolato con questo aggettivo altri suoi libri, i suoi “Zibaldoni”, la sua “Infanzia”. Nome e aggettivo lo troviamo in altri titoli di altri autori: Marti, Valli, Vallone, Scorrano, Bonea, Giannone, per citarne solo alcuni. Di questa identità si ha forte consapevolezza a partire dal ‘900, con le sue grandi riviste “Rivista Storica Salentina” (1903-1923) e “Rinascenza Salentina” (1933-1943), col proliferare di numerosi eventi nel dopoguerra: Premio “Salento”, ”Accademia Salentina”, “Università Salentina”, “Celebrazioni Salentine”, “Sallentum”. Tutte queste iniziative si caratterizzano per avere una base identitaria solida e il propellente per stabilire rapporti di collaborazione col resto d’Italia ed oltre, per cui si potrebbe dire che salentino è slancio comunicativo e creativo, incontro paritario con altri, per arricchirsi reciprocamente senza perdere i propri connotati.

Da questo punto di vista Virgilio è un esempio di salentino in fabula. In questo libro egli non propone recensioni per così dire canoniche, lo rileva anche Giannone in Prefazione, ma si pone spesso in termini dialettici con gli autori dei libri recensiti. Così, per fare un esempio, nel “Conservatorismo salentino”, polemizza garbatamente con Gianni Donno, autore del volume “Cresce un altro Sud”, quando lo storico dell’Università del Salento giudica l’emigrazione meridionale «una grande pagina culturale e morale». Per Virgilio è «falsificazione della storia», atta a coprire la lotta tra capitale e lavoro col miglioramento delle condizioni di vita delle nuove generazioni. Lotta che fu vinta dal capitale imponendo ieri e oggi «la deportazione di intere masse contadine (oggi il fior fiore dei giovani laureati), che non ebbero la terra (come oggi non hanno il lavoro), ma solo una scatola  di cartone per emigrare» (p. 32). Non si può non essere d’accordo con Virgilio; ma, nata dal bisogno, l’Emigrazione ha dato poi esiti di emancipazione straordinari.

Trovo interessante la lettura che Virgilio fa della cultura antifascista, recensendo il volume curato da Raffaele Cavalluzzi dell’Università di Bari, “Sud e cultura antifascista”. Virgilio si chiede che cosa è oggi la cultura antifascista e dà una risposta che a me pare degna di essere esaminata: «Avendo perso il suo oggetto polemico storicamente determinato, il fascismo di Mussolini e dei suoi gerarchi della prima e della seconda ora, oggi la cultura antifascista non può che identificarsi con un pensiero libertario e pacifista, contrario alla violenza come strumento di potere; una cultura in cui il senso della giustizia sociale si coniughi con l’insofferenza nei confronti del pensiero unico dominante. Il moderno fascismo non può che essere identificato con l’apparato militare-industriale che tutto ingloba e fagocita, salvo espellere quanto risulta indigeribile. Mantenere una coscienza critica vigile dentro questo sistema, o ai suoi margini, è l’unico possibile modo di far sopravvivere un serio e moderno antifascismo, che diversamente diventerebbe solo una lugubre rievocazione del tempo che fu» (pp. 70-71). Osservo che l’apparato militare-industriale di per sé non è fascismo; è una necessità dello Stato. Nell’ambito di questa necessità bisogna tenere gli occhi bene aperti perché essa non traligni in prevaricazione e dittatura.

Davvero intriganti sono le tante tematiche affrontate in questo libro da Virgilio, meritevoli tutte di essere criticamente considerate; ma mi fermo qui. Una recensione è limitata e non può che chiudere invitando alla lettura.

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