Lettera 44 12. Compiti a casa? Una vecchia domanda ancora senza risposta

Con circolare n. 177 del 14 maggio 1969 avente ad oggetto: “Riposo festivo degli alunni. Compiti scolastici da svolgere a casa”, il Ministero della Pubblica Istruzione disponeva che agli alunni delle scuole elementari e secondarie di ogni grado e tipo non vengano assegnati compiti scolastici da svolgere o preparare a casa per il giorno successivo a quello festivo, di guisa che nel predetto giorno non abbiano luogo, in linea di massima, interrogazioni degli alunni, almeno che non si tratti, ovviamente, di materia, il cui orario cada soltanto in detto giorno.

Sono passati cinquantasei anni. In Italia, in Europa, nel mondo è cambiato proprio tutto e, più di tutto, è cambiato il profilo culturale delle generazioni, il loro modo di pensare, di apprendere, di confrontarsi con le forme e gli strumenti del sapere. E’ cambiata la loro – e la nostra – percezione del tempo e dello spazio, le modalità di elaborazione e di espressione del pensiero, le motivazioni e le finalità del conoscere. Ma restano identici gli interrogativi sui compiti a casa, ai quali si risponde nel modo più vario: servono, non servono, hanno senso, funzione, sono utili, inutili, ininfluenti, dannosi.

Non si vuole, qui e ora, mettersi a discutere se fare i compiti a casa sviluppi l’autonomia dell’apprendimento, abitui alla riflessione, all’approfondimento, al confronto con se stesso, all’impegno sistematico, non si vuole, insomma, ripetere le solite risposte, che siano a favore o contro non importa, e non si vuole nemmeno sostenere che se vuoi giocare a pallone ti devi allenare. Anzi, ai vecchi interrogativi se ne aggiunge un altro. Questo: che cosa fa un bambino, un ragazzo, in casa, per tutto il pomeriggio, per tutta la sera, se non studia la storia, non fa un problema di geometria, se non si confronta con i temi della filosofia, se non disegna alberi e case e fantasie, che cosa fa in casa per tutto il pomeriggio, per tutta la sera, se non impara una lingua straniera, se non sfoglia un libro di storia dell’arte? Se ne sta per caso davanti al televisore, si trastulla con la playstation, naviga in internet, girovaga nei social, si obnubila con giochi elettronici vari? 

E’ chiaro che bisogna riflettere e nell’attesa di capire meglio, adottare un comportamento prudente. Vale a dire: mentre si riflette, i compiti a casa si continuano a fare o si sospendono? Personalmente non saprei che dire, se non che, probabilmente, melius est abundare quam deficere.  Che tradotto significa: meglio studiare qualche ora a casa in attesa di sapere che non serve, che non studiare per scoprire poi che invece sarebbe stato necessario. Oppure, addirittura, indispensabile.

[“Nuovo Quotidiano di Puglia”, domenica 30 novembre 2025]

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