La tragicommedia delle Vite barocche

di Gianluca Virgilio

In che cosa consiste davvero la magia di un racconto, di un romanzo, di un’opera teatrale o cinematografica, e forse di qualunque opera d’arte, se non nel proiettarci in un tempo e in un luogo diversi da quelli nei quali siamo immersi e dunque farci conoscere come pensavano e come agivano gli uomini che ci hanno preceduti in uno spazio ormai scomparso o di cui rimangono solo alcune rare vestigia? Dal confronto, anche la conoscenza delle motivazioni del nostro pensare e agire se ne avvantaggia.

Riflettevo su tutto questo leggendo Vittorio Bodini – Gustavo D’Arpe, Vite barocche. Trama per un film, a cura di Antonio Lucio Giannone, Besa Muci, Nardò 2025. Merito del curatore è di aver studiato tre dattiloscritti conservati presso l’Archivio Vittorio Bodini nella Biblioteca centrale dell’Università del Salento e di aver ricostruito con dovizia di particolari una vicenda che altrimenti sarebbe rimasta nascosta al pubblico dei lettori. Il libro è strutturato in forma tripartita: I posseduti, Vite barocche e Atmosfera e significato della storia. Giannone vi premette un’Introduzione, nella quale presenta i due autori e ricostruisce la genesi dell’opera, e vi fa seguire un’Appendice documentaria molto utile a chi voglia leggere i testi originali su cui si fonda la disamina del critico.

Questo libro ci parla di un luogo e di un tempo, la Lecce degli anni Trenta del Novecento, nei quali gli autori hanno collocato la scena della loro storia. Bodini e D’Arpe sono amici di gioventù, l’uno nato nel 1914, l’altro nel 1918, entrambi di famiglia e origine salentina, entrambi intellettuali molto conosciuti e apprezzati nel loro tempo, con fortune critiche diseguali: Bodini oggi è studiato sul piano nazionale non solo come traduttore, ma anche come poeta e prosatore, mentre D’Arpe è pressoché dimenticato.

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