di Augusto Benemeglio

“La separazione tra passato, presente e futuro è solo un’illusione. Ciò che esisteva esiste ed esisterà eternamente. Non siamo altro che polvere stellare che attende l’ennesima rinascita”.
Albert Einstein
Non possiedo più nulla.
Dentro di me s’increpa
L’acqua stagnante.
Guardo la luna nera
E le molte stelle dintorno,
E vedo solo un muro di spade.
Il vassoio e le tazzine del caffè
Sono rimaste tra l’impalcatura
E il nulla, dove si inciampa
Sempre, senza un grido.
Le Veneri di Parabita, ormai,
Sono nascoste nella coda
Dell’Orsa Minore,
I Cervi di Porto Badisco
Fuggono verso Orione,
L’uomo dell’amigdala
Esce dallo specchio sospeso
E attraversa la barriera
Del buco vuoto
Lavorando il suo esiguo campo.
Non possiedo più nulla.
Più mi avvicino alla morte,
Che mi raccoglierà
Nel suo gomito oscuro,
Più forte il sole splende
Sui capelli dei primi mattini.
A primavera
Torneranno le rondini
Sui balconi
E la vela in lontananza
Continuerà a danzare
Sull’anima del mare.
Ma lassù, a Porto Selvaggio,
Oscilla l’Homo Sapiens,
Imprigionato dai batteri
Della Xillella
Che distrugge gli ulivi
In un amen.
Dietro Porto Cesareo
S’apre un orizzonte
Di tombe fresche e d’alghe.
Nel cerchio azzurro
Dello specchio magico
Delle campanelle
Il mare ride ed esulta
Come un fanciullo.
Ma ora cala la sera:
S’accendono
Le prime lampare
Pellegrine della notte,
Io le guardo
Con le braccia cascanti,
Gli occhi pesanti,
E piango come un bambino.
Mi mancano i miei morti
Mi manca chi è partito
Troppo presto
O da poco tempo
Mi mancano tutti
Senza di loro io non esisto.
Non possiedo più nulla




































































