Scritture nomadi come rizomi: il Finisterre salentino secondo Simone Giorgino

di Antonio Devicienti

Sono felice di poter tornare a scrivere di un libro di Simone Giorgino sia per l’indubbia qualità dei contenuti e delle argomentazioni sia per la coerenza di un itinerario di ricerca e di riflessione che continua a restituire alle “scritture del Finisterre” un valore e una dignità finora spesso trascurati.

Ecco, appunto: La parola paesaggio. Scritture del Finisterre (Edizioni Milella, Lecce 2025), elegante volume anche per la sua veste tipografica e per il corredo di immagini (ne riparlerò in chiusura del mio intervento), è tappa ulteriore di una riflessione che, questa volta, sceglie quale categoria ermeneutica il paesaggio – ma non, tengo a sottolineare, per seguire una moda o un vezzo particolarmente presenti in questi ultimi anni presso non pochi autori e studiosi italiani, bensì per dimostrare come nel caso specificatamente salentino il paesaggio significhi una notevole complessità estetica, storica e sociale.

Il paesaggio “esteriore” della penisola salentina è, in maniera assai profonda e persino archetipica, il paesaggio interiore degli artisti presi in considerazione, loro identità e destino, loro eredità e, poi, scelta, predilezione, identificazione.

Se il Finisterre per antonomasia sarebbe il Santuario di Sancta Maria de Finibus Terrae (il Capo di Leuca, per intenderci), in realtà il Finisterre designa una regione storico-geografica (il Salento ovvero la Terra d’Otranto ovvero le province di Lecce, Brindisi e Taranto, o anche l’antica prima Messapia-Japigia e poi Magna Grecia e via enumerando) che continua a possedere una forza ispiratrice in ambito artistico capace di formidabile creatività e dal valore indiscutibile.

Nei dieci saggi che costituiscono il volume Simone Giorgino consacra la sua attenzione a dieci autori che hanno fatto del Finisterre la regione privilegiata delle loro scritture, non diversamente, mi permetto di suggerire, da quello che accade con Machado e la Castiglia, con Lorca e l’Andalusia, con Borges e Buenos Aires, con Char e la Provenza, con Pessoa e Lisbona (e potrei continuare ancora per un bel tratto…)

Sprovincializzate e sprovincializzatrici, le dieci scritture assumono e trasfigurano il paesaggio salentino quale paradigma e processo di ricerche espressive, esistenziali e politiche originali, peculiari e, anche, perfettamente inserite in una dialettica sovranazionale.

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