L’ultima raccolta poetica di Vito Davoli

Davoli è un poeta e sa come vedersela tra incanto e disincanto, candore e rivelazione epifanica. I suoi versi rivelano il bisogno di contrastare una imminente apocalissi con le armi dell’ironia e dell’intelligenza evocativa delle immagini, sfidando le ondate di dolore che ormai ci piovono addosso e l’avanzata degli inferi.  Io scorgo, leggendo i versi di Davoli, concreti risultati poetici, bagliori di fuochi da riaccendere, gabbiani non più decorativi, ma stormi di esuli che vagano alla ricerca del senso estremo della libertà che rischia di finire sottovuoto. E non possono certo mancare sensazioni estreme di amore, magari baci e corpi che contrastano “anelli malandati cotti al sole”, tentativi di cogliere pensieri e parole “sullo strascico di un raggio”, abbracci che rischiano di soffocare, in un mondo che appare un colossale supermarket di prodotti con date di scadenza prestampate.

Particolarmente significativa la composizione LA DOMENICA DELLE PALME 2025, nella quale Davoli sa  muoversi tra minacce e profezie, irridendo chi vuole scambiare segni di pace con grappoli di metallo sibilante e strage di innocenti, nel silenzio farisaico di un mondo che non ricorda più neppure l’ingresso di Cristo “nella Gerusalemme liberata /dal suo stesso creato”. Ma non dimenticherei la lancinante sequenza di ETICO ED ANESTETICO e neppure quel riferimento alla lezione di CALVINO, “forse ormai smarrita nel frastuono del linguaggio tecnologico e del Ade-Mondo moderno,” come scrive Gianni Antonio Palumbo, componimento che chiude la breve e intensa raccolta di Vito Davoli.

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