di Claudia Presicce

In principio ci fu l’acqua. Grazie al suo fluire il pianeta Terra divenne florida cornucopia di vita. Quindi, per un tenebroso sillogismo, il giorno in cui l’acqua dovesse scomparire, con la sua ultima goccia si prosciugherebbe anche la vita. Per celebrare la lunga storia d’amore tra l’uomo e l’acqua, basta guardare alla Storia, cercare nell’era primordiale i luoghi in cui si spostavano animali e primitivi gruppi umani: basterà ricordare le grandi civiltà fluviali. Se inseguire le fonti e le sorgenti è stato uno degli istinti umani primari, imparare poi a raccogliere e conservare l’acqua ha scritto la storia dell’evoluzione. Fino ai nostri giorni (o quasi).
In una terra di confine battuta dai venti caldi del Sud, distesa nel mare e a tratti paludosa, arida nel cuore in superficie ma non nelle profondità dei suoi rocciosi abissi, la relazione complicata con l’acqua ha generato ingegno, ha sfidato l’operosità, ha provocato ipnotiche visioni che si sono fatte monumenti, sopra e sotto la terra. In Salento siamo dovuti diventare molto più che rabdomanti, imparando ad inseguire e conservare fino all’ultima goccia di pioggia. Oppure a svuotare profondità recondite per stanare sorgenti renitenti. Ma di quell’enorme patrimonio di ricerca sapiente dedicato alla cura e alla gestione delle acque che cosa oggi resta? In questo tempo in cui si comincia a parlare seriamente di scarsità idrica, qual è in Salento lo stato dell’arte tra passato e…futuro?




































































