
La pittura di Chiarello è fatta di sguardi e di silenzi; coinvolge le ragioni della storia, il vivere di ogni giorno, i miti di una terra: di quella terra che per Chiarello costituisce il testo e il contesto, la trama e l’intreccio, il fondo e lo sfondo, la scena e il personaggio. Terra Madre, passione del tempo, occasione e progetto del proprio essere nel tempo, del sentirsi parte di un universo, viandante che segue un sentiero tra passato e futuro lungo il quale il presente è una stazione di posta, una sosta durante il cammino.
Antonio Chiarello osserva e trasforma in colore quello che vede, ma anche quello che sente, anche le voci esteriori o di dentro, trasforma in immagini le parole che hanno la cadenza di una cantilena o di una preghiera, il batticuore, i trasalimenti, le albe, i tramonti, i suoi sogni, il sogno di una terra diversa da quella che osserva, talvolta, un sogno che si concretizza nell’espressione pacata dei paesaggi, nella loro dolcezza saporosa, malinconica, lontanante.
Non c’è, non ci può essere nulla, fuori dalla terra, per Antonio Chiarello. Non ci può essere nulla che non abbia radice nella pietraia di porto Badisco, di San Nicola di Casole, nella malinconia struggente di Santa Cesarea, nel pozzo delle loro leggende e della loro storia, non ci può essere nulla che sia estraneo ad un sentimento dell’origine che è generatore di mito. Questo sentimento diventa lo specchio su cui ogni realtà del presente si guarda e si modella.
Chiarello stringe sulla tela i simboli di questa Madre terra Salento perché possano fare da sentinelle al sentimento dell’origine: del sentire, del realizzare, del costruire, del pro –gettarsi, dell’andare oltre l’origine stessa senza mai, in alcun modo, rinunciarci.

In principio è il mare: quello che Charles Baudelaire chiamava “un infini dimunutif”, una approssimazione d’infinito. Non potendo rappresentare l’infinito, allora si rappresenta la sua metafora, la sua approssimazione, la condizione che conduce il pensiero alla soglia dell’idea di sconfinatezza, di movimento incessante. In principio è il mare, come movente dell’immaginazione, come dimensione della collocazione dell’umano tra la finitudine e l’infinito. Il mare e basta. Tutto quello che compare nel paesaggio si confronta con il mare. Una torre, per esempio. Esiste perché esiste il mare, per scrutarlo. Un faro, per esempio. Non esisterebbe senza il bisogno dell’indicazione al navigante di un punto per l’approdo. Il mare è, da sempre, l’elemento predominante nella pittura di Antonio Chiarello. Il mare e la torre. L’infinito e il finito. L’eterno e il transeunte.
La torre è lì, a scrutare il mare e a difendere la terraferma, la casa, l’affetto. Figura che non ha ombra, schiacciata dal sole, dalla luce. Ecco: la luce della pittura di Chiarello. Sfolgorante. Illimitata. Dirompente. Assoluta. Raffigurazione dell’universale e, allo stesso tempo, pacatezza, serenità. Sembra che con il mare e con la luce Antonio Chiarello voglia sfidare il limite, il circoscritto, avventurarsi nell’ignoto dell’immaginazione, sfondare i perimetri, giungere fino all’orizzonte irraggiungibile. La luce come disvelamento e cancellazione di qualsiasi mistero, come simbolo della creazione e celebrazione del creato. Nella pittura di Chiarello, la luce è la rappresentazione della variazione incessante dell’universo. Dice la mutazione, la violazione del confine che hanno le stagioni, il condensarsi e lo sciogliersi dell’aria, le vibrazioni che attraversano la profondità del silenzio.
Il mare, la luce, i riverberi, l’alba, il tramonto. Una luna. Figurazioni del sempre esistente. La torre: la pietra. Sottoposta all’azzurrità o alla nuvolaglia. Figurazione di quello che passa, si sgretola, si trasforma in rovina. Che viene salvato dalla memoria, finchè esiste memoria come possibilità di salvezza. Finchè la Storia è in grado di ricordare. Poi anche la memoria si dissolve e rimane non altro che un’arte a testimoniare che da lì, da quella torre, la storia è passata. Da quello strapiombo, dove la terra finisce e il mare comincia, dove il mare pare finire e la terra comincia. In questo paesaggio si muovono i colori di Antonio Chiarello, si frammischiano a quelli della natura: non li riproducono; li assorbono; diventano onda e luce, onde di luce, riflessi sul mare. Vibrazioni delle onde. Biancheggiamenti. (Un ramarro guardingo e in agguato che dalla preistoria proviene e alla preistoria ritorna. Ce l’ho qui: di fronte). Sono decenni che Antonio Chiarello interroga questi paesaggi, e ogni volta gli ritornano risposte diverse, ogni volta il blu cobalto, le sbrecciature di torre, la pietraia intorno alla torre, rispondono con racconti diversi. La Storia non dice mai la stessa cosa, perché quello che dice dipende dalla prospettiva che assume colui che ascolta la narrazione, che a volte si realizza con parole, a volte con rumore, a volte con il silenzio che è la narrazione più sincera. Così il racconto si dispiega lungo l’orizzonte, lungo la linea dell’immaginazione che confonde i colori del cielo con quelli del mare. Antonio Chiarello ascolta la narrazione e la trasforma in pittura che diventa espressione di un sentimento di appartenenza a questa terra, a questi paesaggi, a questi orizzonti, alla pietra, al mare.

Poi passano le stagioni anche sulla pietra delle torri che scrutano e interrogano il mare, e sembra che non cambino mai le torri, sembra che non cambi mai il mare. Ma il tempo cambia sia la pietra che il mare. Le stagioni cambiano il colore delle onde, il loro eterno movimento. Lasciano graffi sulla pietra. A volte sgretolano. A volte ne fanno maceria. Lo sguardo dell’uomo osserva il cambiamento; il suo sentimento vorrebbe l’immutabilità. Allora accade che quella pietra corrosa si trasformi in arte. Quasi a configurare una forma dell’eterno. Come se un luogo non appartenesse al tempo. Così Antonio Chiarello rappresenta la torre Sant’Emiliano come un luogo senza tempo. Quella torre che si alza a cinquanta metri dal mare, sul litorale di Otranto, lungo la strada tra Punta Palascia e Porto Badisco è il suo canto pittorico. Per tutta la vita Chiarello ha dipinto quella torre. Per tutta la vita le ha rivolto domande, alle quali la pietra ha risposto. Quelle risposte sono l’interpretazione delle stagioni, il linguaggio silenzioso con il quale la pietra dialoga con il tempo, il racconto della Storia che è passata con la rapidità del vento. Forse per Antonio Chiarello Sant’Emiliano è anche un luogo del cuore. Certamente è il luogo più profondo della sua pittura. La sua narrazione con i colori. Certamente è il richiamo silenzioso più forte, più fascinoso. E’ la sua sirena. Il suo mito, che in quanto tale si sottrae al tempo. Antonio Chiarello non pensa alla Torre Sant’Emiliano come si pensa ad un esito della Storia; la pensa come una forma che sia fuggita dalle coordinate della Storia per trasformarsi in mito immutabile, incorruttibile. Senza tempo.
Le stagioni si stringono nei colori del paesaggio. La torre è prima e dopo le stagioni. E’ indifferente al loro tempo. Superbamente e stupendamente sola, si confronta con l’orizzonte, figura protesa allo sconfinamento, frastornata dall’abbaglio dell’azzurro; limite della terraferma, vertigine dello strapiombo, anello di pietra che congiunge la terra e il cielo e si proietta verso l’immensità del mare, fa battaglie con il vento, si difende dall’assalto dei lampi, quando il cielo pare rabbioso, impietoso. Per Antonio Chiarello, la torre Sant’Emiliano è la metafora della condizione della temporalità che si scontorna e si dilata, dello spazio che abolisce ogni confine, del misterioso che con generosità rivela i significati, di uno dei luoghi di questa terra che rendono favolosa anche la pietra del reale.
Se la torre è la rappresentazione del mito, la luce è l’espressione del sentimento del tempo. Intimo. Profondo. Misterioso. E’ il sentimento per uno stupore che viene prima di tutto, che forse resterà dopo di tutto.
Da quel sentimento profondo e misterioso del tempo provengono i suoi Santi, figure dell’eterno discese in questa terra. La sua arte per una devozione. Una preghiera con il linguaggio dei colori. Una pittura come un gesto d’amore, come per lenire la sofferenza del mondo, come per spiantare la radice del dolore, per figurare una possibilità di redenzione. E’ questo, probabilmente, il motivo sostanziale della rappresentazione del sacro per Antonio Chiarello.

Il tema è quello della Passione o del Santo Antonio o dei Santi Patroni: la follia dell’uomo e la pietà di Dio, l’abisso scavato nella terra e il sacrificio che si alza fino al cielo, il solco tracciato nella Storia e l’espressione dell’arte che cerca la comprensione dell’incomprensibile, la spiegazione dell’inspiegabile, fino a quando non si accorge con il trasalimento di una meraviglia, con il sollievo di una rivelazione, che nulla potrà mai sciogliere il nodo dell’ incomprensibile, che per l’inspiegabile non ci potranno essere mai filosofie di una ragione, ma solo parole di una fede o di una poesia, il linguaggio della pietra di un altare oppure del colore di una tela.
Antonio Chiarello dipinge questa meraviglia della Passione come dipinge lo sbalordimento per la grazia del Santo Antonio.
Si confronta con il senso del dramma e della gloria, con il senso del sepolcro e dell’eternità, con una crocifissione che lacera il tessuto dell’umanità e, al tempo stesso, redime il suo destino.
Con il tema della Passione, Antonio Chiarello stabilisce un rapporto innocente. Rifiuta ogni sovrastruttura. Negli occhi ha soltanto le immagini di una tradizione popolare e quelle della tradizione iconografica. Tutto il resto è purezza, spontaneità, immediatezza d’espressione. Le sue figurazioni mi fanno pensare al Poema della croce di Alda Merini: alla consolazione e alla misericordia di quelle parole; al sogno di uno sradicamento del male; al gesto dell’arte che diventa inconsapevole perfino della sua grazia; all’umiltà del pensiero e al dolore della bellezza.
Antonio Chiarello riporta tra di noi il Santo Antonio. Crede, Chiarello, che il solo fatto che per suo onore e per devozione si ritrovi il nome di quel Santo lo autorizzi a sentirlo vicino e sodale, a potersi rivolgere in modo confidenziale, a dipingerlo e mostrarlo a tutti quanti.
O forse non è questo. Non è questo soltanto. Forse c’è dentro la profondità di una fede radicata e viscerale come può essere soltanto una fede popolare. Una fede ereditata da padri e da madri, da padri e madri di padri, da madri e padri di madri, una fede senza domande, stuporosa, che si affida all’insolubilità di un mistero ma che nello stesso tempo con quel mistero intesse una continua conversazione.
E’ innocente l’atteggiamento di Antonio Chiarello. Tanto innocente da pensare di poter portare un messaggio d’amore e di speranza: parole che sembrano quasi appartenere ad un universo disintegratosi nella galassia dell’indifferenza e di cui invece si avverte un bisogno fortissimo e sempre più urgente. Perché probabilmente l’amore e la speranza sono le sole condizioni di una salvezza.
Una passione innocente. Una religiosità intima, profonda, che trova la sua radice nell’essenzialità primordiale di uno stupore. Perché in principio è uno stupore, una fede senza ragione, forse, viscerale, una purezza, una spontaneità, una riverenza con cui si stabilisce il rapporto con l’eterno, con il soprannaturale, con l’inconcepibile. Immagini: che vengono da una tradizione povera, dall’umiltà della Storia, da un sistema simbolico-culturale che richiama sulla terra il sacro, che proietta la terrestrità verso il cielo. Sono così i Santi patroni di Antonio Chiarello. Hanno l’estasi di una felicità senza misura, si alzano in volo e dalle altezze vertiginose sorvegliano e proteggono coloro che restano qui a pregarli con devozione, a bestemmiarli, a volte, con l’identica e forse più concreta, umanissima, devozione. Se ne tornavano le donne dalla messa con i ventagli del santo, della santa dei paesi. Li incastravano alla spalliera del letto e restavano lì, a sorvegliare il sonno, fin quando non servivano per graffiare appena appena la calura, nelle sere che i grilli impazzivano e i bambini si addormentavano sulle soglie. A quei Santi si confessavano storie di umanissime passioni, si affidavano compiti di protezione delle creature, della casa, delle cose.
Forse i ventagli erano l’illusione di poter avere un santo così, a portata di mano. Forse erano l’occasione per portarsi dentro casa il soprannaturale. Forse congiungevano la religiosità e la superstizione. Antonio Chiarello con studiata semplicità sintetizza le diverse possibilità, le diverse espressioni e le rappresenta con l’intenzione di mettere dentro quelle immagini i significati che hanno tramato una civiltà contadina, il suo immaginario, la visione del mondo e di quello che è oltre il mondo.
Anche la forza dei santi è umile. Basta soltanto osservare l’immagine di San Vitale Martire a cavallo con lo sguardo proiettato in lontananza.
Ogni figura si porta dentro una lunga narrazione, un racconto di secoli.
Queste immagini di Chiarello emergono da un fondo culturale, da una dimensione ancestrale, arrivano da un passato remoto che Chiarello ha dentro di sé, stratificate a livello di coscienza o di subconscio. Di volta in volta le trasforma in colore vivido o smorzato, in simboli che racchiudono il senso profondo di una condizione esistenziale. Dentro ciascuno dei ventagli che Chiarello dedica ai santi, c’è tutto il mondo devoto e fantastico delle immaginette sacre, dei racconti accanto al fuoco sulle vite dei santi, delle edicole votive ai crocicchi delle strade, delle tredicine dell’infanzia travolta dall’onda gigantesca del nuovo che avanzava, delle leggende e delle preghiere ingenue e popolari di una civiltà che non può fare altro che trasformarsi in arte. Come tutte le cose che scompaiono con il mondo al quale sono appartenute. Allora l’arte – quest’arte di Chiarello – diventa forse l’unica maniera di salvarle dai continui smottamenti della memoria.




































































