di Adele Errico

Di fronte al dipinto di Hans Holbein che raffigura Cristo morto nella tomba, Dostoevskij resta talmente sbalordito che, racconta la moglie Anna Grigor’evna, il suo volto si contrae nella smorfia di paura che di solito gli compariva prima di una crisi epilettica. Temendo che accada proprio lì, nel Kunstmuseum di Basilea, la moglie lo prende dolcemente per un braccio e lo accompagna in un’altra sala. Quello stesso dipinto ricompare nel romanzo L’idiota, uno dei “cinque elefanti” di Dostoevskij, i suoi cinque immensi romanzi così definiti da Swetlana Geier, la più grande traduttrice di letteratura russa in tedesco. Come Dostoevskij, il principe Myškin resta impietrito davanti al Cristo di Holbein. Entrambi non riescono a credere che quel corpo tumefatto sia il corpo di un dio, il corpo di Dio. Non possono credere che da quel volto sia svanita ogni bellezza celeste e che, nel riquadro crudelmente claustrofobico del dipinto, giaccia un uomo ricoperto di lividi e ferite che sembra aver perso ogni traccia di divinità. Se l’arte è solita raffigurare Cristo in croce col viso ancora pervaso di gioiosa grazia, Holbein lo aveva raffigurato nel suo essere uomo che era stato spaventato nell’atto del morire e che, deposto nella tomba, portava impressi tutti i segni dell’agonia.




































































