
La figura di Cristo illumina un percorso spirituale nell’opera di Dostoevskij, tracciato e studiato da Fabio Ancora nel volume Dentro l’anima russa. Viaggio spirituale nell’opera di Dostoevskij (Pensa Multimedia 2025). Con particolare attenzione all’opera di Dostoevskij, gli studi di Ancora indagano il rapporto tra spiritualità, libertà e pensiero nella tradizione russo-ortodossa, nella sua tensione dialettica con la cultura occidentale. I personaggi di Dostoevskij, che si muovono nella maglia narrativa del bachtiniano romanzo polifonico, “custodiscono istanze filosofiche e teologiche radicali”, come scrive Ancora. Si domandano se, nel mondo fatto di atrocità di cui sono parte e nel quale si trovano impigliati, sia ancora possibile credere in Dio, si possa ancora aver fede in quel Cristo che giace morto e tumefatto nella sua tomba. Ma soprattutto, si chiedono se si possa ancora credere nell’uomo. Con quale coraggio si può ancora credere nell’uomo? Se lo chiede il loro autore dopo quattro anni di lavori forzati in Siberia e dopo una condanna a morte revocata. Sono come un insetto o sono come Napoleone? È la domanda che ossessiona Raskol’nikov in “Delitto e castigo”, convinto di poter essere parte di quella categoria di uomini i cui delitti possano essere giustificati perché commessi in nome di un progresso sociale. È l’orrore di poter essere come uno scarafaggio che lo mette in fuga e fugge, forse, più che dagli uomini proprio da se stesso e dal proprio cuore rivelatore. Tuttavia, non sarà la distanza a salvarlo ma la prossimità ad un altro essere umano: Raskòlnikov si inginocchia ai piedi di Sonja che, nonostante lo squallore che pervade la sua esistenza, non vive nell’odio nei confronti di quell’umanità che l’ha immolata ma resiste al contrario, nel perdono. Sonja legge a Raskòlnikov il passo del Vangelo in cui si narra della resurrezione di Lazzaro. Legge e piange. Legge e trema. Ma non tutti cercano la salvezza, questi uomini “malati di Dio”, sostiene Ancora, i “grandi peccatori”: insieme a Raskol’nikov ci sono “Kirillov, Stavroghin, Versilov e Ivan Karamazov, uomini intenti a sostituire l’immagine cristologica del Dio-uomocon quella prometeica dell’Uomo-dio, ribaltamento dell’incarnazione del Verbo”, che volendosi innalzare al livello di Dio hanno cercato altri mondi, costruito i propri fantasmi, andando incontro a un colossale fallimento. A controbilanciare i grandi peccatori ci sono i personaggi che, invece, incarnano la natura cristologica. Proprio come il principe Myškin che, come Gesù, vive gli stessi momenti di angoscia che hanno dominato la vita di Cristo. Ma se Gesù sa la verità, sa che Giuda lo tradirà – ma sa anche che senza di lui non ci sarà adempimento della volontà del Padre – e sa di dover morire sulla croce, Myškin avverte, sente, percepisce, intravedendo il bagliore del male nella figura di Rogožin, velata di un mistero che esploderà nel finale tragico del romanzo. L’uomo lotta contro il male tutta la vita. Contro quelle ferite sul corpo di Cristo, contro i fori nelle sue mani, le ferite nel costato. Eppure, alle volte, basta solo credere, dice Alëša Karamazov : “Può esser mai vero quanto dice la religione, che noi risorgeremo dai morti, e torneremo a vita, e ci rivedremo l’un l’altro, tutti quanti, e dunque anche Iluša? – Senza fallo risorgeremo, senza fallo ci rivedremo, e lietamente, gioiosamente ci racconteremo a vicenda tutto ciò che è stato”.
[“Nuovo Quotidiano di Puglia”, 28 dicembre 2025]




































































