L’occasione per effettuare il lungo ed estenuante viaggio del re delle Due Sicilie Ferdinando II di Borbone (1810-1859) nelle Puglie era data dal matrimonio religioso (quello civile era stato celebrato per procura senza che gli sposi si conoscessero) del figlio, Duca di Calabria, Francesco II (1836-1894), con la Duchessa Maria Sofia di Baviera (1841-1925), sorella dell’imperatrice d’Austria Elisabetta, più nota come Sissi (1837-1898), che verrà celebrato a Bari. Il sovrano non poté presenziare alla cerimonia, ma rimase nella sua stanza del Palazzo dell’Intendenza di Lecce, oggi Prefettura, dove si era recato in visita con la famiglia, in attesa dell’arrivo della sposa del figlio da Trieste a Bari, per l’acuirsi di una malattia che lo affliggeva da tempo.
Quantunque i medici di corte lo avessero sconsigliato per le precarie condizioni di salute, Ferdinando II volle ugualmente effettuare quel viaggio nelle lontane Puglie. Partì da Caserta l’8 gennaio 1859 prevedendo di giungere il 7 marzo 1859 a Bari, dove si doveva celebrare il suddetto matrimonio.
L’anno precedente, avuta conferma della visita, l’amministrazione comunale di Lecce stabilì una tassa per abbellire l’arredo urbano; le strade furono spalmate con della sabbia per evitare che la cavalleria sdrucciolasse, furono rifatti i basolati e l’illuminazione pubblica, ancora ad olio, fu migliorata. Molti nobili, professionisti, ecclesiastici, impiegati e commercianti offrirono spontaneamente altri contributi in ducati, per un totale di quasi 500 ducati.
Il 14 gennaio venne dato da Campi Salentina l’avviso dell’arrivo per mezzo del piccolo telegrafo elettrico del gabinetto di fisica del Regio Liceo, che i padri gesuiti avevano trasportato lì per quell’occasione.

Lecce, Porta Napoli.
Un’enorme folla accorse fuori Porta Napoli dove era stato allestito provvisoriamente un arco di trionfo, certa che il re sarebbe arrivato subito, ma l’attesa fu lunga. Solo verso le 5 del mattino, quand’era ancora buio, spuntarono, dalla strada proveniente da Campi Salentina, le torce a vento dei dragoni, che precedevano il corteo di carrozze, con quella fastosa dei reali avanti.
Il re, prima della partenza, colse l’occasione del matrimonio del figlio per distribuire onorificenze ad alcune autorità civili e religiose di Terra d’Otranto che potevano tornargli utili: al sindaco di Lecce, Pasquale Romano, venne concessa la Croce di Cavaliere dell’Ordine Costantiniano; all’arcivescovo di Otranto, mons. Andrea Grande, la Croce di commendatore dell’Ordine Militare di San Giorgio; a mons. Franceso Bruni, vescovo di Ugento, la Croce di Cavaliere di prima classe; a mons. Nicola Caputo, vescovo di Lecce, la commenda, ossia un beneficio ecclesiastico.
La dimora scelta dal sovrano fu il Palazzo dell’Intendenza, dove il re vi giunse stanco, intirizzito e febbricitante. Per la circostanza, il palazzo era stato degnamente arredato grazie al contributo di alcune famiglie nobili leccesi: i Pensini prestarono la biancheria da tavola e da letto, il sindaco, i Romano e i Panzera i lampadari, la mobilia, l’argenteria da tavola e da sala.
Sulla prima vettura, insieme al principe ereditario, avevano preso posto la regina Maria Teresa d’Asburgo (1816-1867), matrigna dello sposo, e il re Ferdinando II.
La carrozza reale, tirata da quattro cavalli, giunse a trotto sostenuto a Porta Napoli, mentre tutte le campane delle chiese cittadine suonavano a festa e la banda musicale suonava l’inno borbonico. Le vie da Porta Napoli al palazzo dell’Intendenza, ornate di ghirlande di alloro, di edera e di lampioncini, erano traboccanti di gente, così anche balconi, finestre e terrazze. Dappertutto vi erano cartelli con le scritte: Viva il Re! Viva la Regina! Viva il Principe ereditario! Viva la Real Famiglia! Altre, più elaborate, recitavano: Vieni — o Ferdinando Augusto — fra i plausi ed i voti — della tua Lecce — se lontana di sito — vicinissima d’affetto; un’altra: per intendere i voti e le suppliche — della Città di Matennio e sino a lei venne sollecito — malgrado i rigori jemali — 13 gennaio 1859 — per interrogarla egli stesso — e a tutti i bisogni di lei — paternamente provvedere.

Ferdinando II di Borbone con tutta la famiglia.
Affiancavano la carrozza realele guardie d’onore, nelle persone di Giuseppe Libertini (1823-1874), Francesco Quarta, Francesco Russo, Gesualdo Sanguinetti, Pasquale Ceino, Attilio Jurlaro, Giuseppe Tresca-Giovinazzi, Pasquale Sauli, giovani esponenti delle famiglie notabili leccesi, i quali si distinsero per forza di resistenza, nel seguire al trotto serrato le carrozze del Re e dei principi, senza dar segno di stanchezza. Le autorità preferirono attendere i sovrani sullo scalone del palazzo dell’Intendenza.
Il cortile del palazzo dell’Intendenza era illuminato a luce elettrica, una novità assoluta dovuta al padre Nicola Miozzi, professore di Fìsica nel collegio reale dei Gesuiti e al professore Giuseppe Balsamo, futuro parlamentare.
Sceso dalla carrozza, il re fu omaggiato dal sindaco, Pasquale Romano, dai decurioni Giovambattista Guarino e Pasquale Pensini, dal segretario generale De Nava, dal presidente e dai giudici del tribunale; erano presenti anche donna Maria Morelli, la baronessa Gualtieri, il barone Giovanni Casotti, il sacerdote Giuseppe Centonze, ex-cappellano militare, e pochi altri. Lungo lo scalone, da una parte facevano ala gli allievi del collegio dei Gesuiti, dall’altra gli impiegati: tutti avevano torce accese in mano.
La mattina del 15, dopo aver ascoltato la messa nella cappella del palazzo con la regina e i principi, nel grande salone del palazzo ammise al baciamano tutte le autorità e concesse udienza pubblica a tutti coloro che volevano chiedergli grazie. Si recarono ad ossequiare i sovrani, prima degli altri, mons. Nicola Caputo, mons. Luigi Vetta, vescovo di Nardo, mons. Francesco Bruni, vescovo di Ugento, quasi tutti gli aristocratici di Lecce e della provincia, i priori delle confraternite laicali e i capi degli Ordini religiosi. Le signore furono presentate alla regina dalla moglie del sindaco, Felicetta Romano dei baroni Casotti.
Intorno alle due pomeridiane, in lussuose carrozze offerte da alcuni nobili leccesi, il re, accompagnato dalla regina e dai principi reali, si recò a visitare la cattedrale della città, aprendosi a stento un varco a causa della folla che la gremiva; una folla variegata di sudditi di ogni ceto sociale. Nel corso della visita, accortosi che l’altare policromo dedicato a Sant’Oronzo, patrono della città, non aveva un paliotto degno dello splendore della cappella, decise di offrirne uno. Il re tuttavia non ebbe modo di compiere questo voto in quanto la morte lo colse in quello stesso anno. Comunque fu il figlio Francesco II, ultimo re delle Due Sicilie, non dimenticando la promessa del padre, nel 1887 quando già era esule dal regno, riuscì a far pervenire a mons. Salvatore Luigi Zola (1822-1898) il prezioso dono realizzato in argento dall’argentiere Luigi Magliulo su disegno dell’architetto Francesco Gavaudan e avente per soggetto la supplica di Sant’Oronzo alla Madonna Assunta, titolare della cattedrale.
Uscendo dal Duomo i cocchi reali si diressero a visitare l’Educandato delle Fanciulle (dette Angiolille), diretto dalle suore di Carità, dove i reali ricevettero un’accoglienza strepitosa; il re e la regina chiesero informazioni sulle giovani, sui loro studi, sui lavori manuali. Successivamente, il corteo reale rientrò nel palazzo dell’Intendenza tra le acclamazioni della folla.
La sera i reali si recarono in un vecchio teatro sito nei pressi di porta Napoli per assistere ad uno spettacolo appositamente preparato per loro. Una volta alzato il sipario, gli alunni del reale ospizio di San Ferdinando cantarono un inno, scritto per l’occasione da Enrico Mastracchi; inno che iniziava così: “Salve, o Re, che tua gloria ponesti / Nella pietà, che in fronte ti brilla; / Tu qual astro sui poveri mesti / Balenasti di lieto fulgor” […]. E terminava: “Ah, se un dì funestissimo, il tempo / Da quest’alme il tuo nome cancelli; / In quel dì restin muti gli augelli / Manchi al sole l’usato splendor”.
Prima che finisse lo spettacolo il sovrano chiese di tornare all’Intendenza sentendosi stanco e un po’ febbricitante. Al palazzo ebbe luogo una suntuosa cena, dopo che dal balcone i sovrani avevano assistito ai fuochi pirotecnici, che chiusero le feste di quel giorno.
Essendo aumentati, durante la notte, la febbre e i dolori ai lombi, si decise di rinviare la partenza da Lecce prevista per l’indomani. Fu chiamato il dottor Giuseppe Leone, di famiglia liberale, uno dei più stimati medici della città, che fece chiamare il miglior flebotomo di Lecce, Antonio Marotta, che gli praticò un salasso, che non gli giovò, anzi i sintomi della malattia si andavano aggravando. Alla febbre e ai dolori, inoltre, si aggiunsero una a tosse insistente, il vomito e il peso allo stomaco. Nemmeno la cura prescritta dal dott. Leone, basata sull’acetato ammoniacale, alleviò quella sintomatologia.

Maria Teresa d’Asburgo (da I Borbone. Viaggio nella Memoria 1734-1861. Album di famiglia. L’iconografia borbonica – Il Real Sito di San Leucio, a cura di Roberto Maria Selvaggi, Associazione Culturale ONLUS Campania 2000.
La regina decise allora di far venire urgentemente da Napoli il medico di corte, dott. Pietro Ramaglia (1802-1875), che però impiegò ben cinque giorni per arrivare a Lecce, per via delle strade impantanate e ricoperte di neve. Giunto a Lecce con il suo assistente e visitato il paziente, il Ramaglia sostenne che il male che tormentava il re era una febbre reumaticobiliosa e aggiunse che il caso era più grave di quanto avesse supposto.
La notizia della malattia del sovrano, nonostante l’assoluto divieto di parlarne, si diffuse rapidamente nella giornata del 16, giorno in cui ricorreva il suo compleanno. Furono preparate grandi feste alle quali comunque non partecipò la famiglia reale, compreso ovviamente Ferdinando II.
Per allontanare dalla popolazione il pensiero circa il suo stato di salute, il re ordinò che nei giorni successivi continuassero le feste e che i tre principi, scortati da dragoni a cavallo e da guardie d’onore, facessero lunghe passeggiate in carrozza sino ai piccoli paesi intorno a Lecce, nonché che uscissero a piedi per la città al fine di visitare gli stabilimenti e gli istituti religiosi. I principi visitarono l’orto sperimentale, l’orto agrario, il liceo, gli orfanotrofi di San Ferdinando e di Santa Filomena e il convitto delle suore della Carità.
Giorno 23 le condizioni di salute del sovrano davano segni di un qualche miglioramento. Il 24 giunsero a Lecce dal porto di Brindisi per informarsi della malattia del sovrano gli arciduchi d’Austria, Guglielmo (1827-1894), fratello della regina Maria Teresa, e Ranieri (1827-1913), consorte di Maria, nonché l’arciduchessa Maria, sorella della regina Maria Teresa. Il re, ormai sfebbrato, partecipò conversando allegramente al pranzo e riprese gli affari dello Stato e anche quelli della Provincia, vietò al Comune di Lecce di metter mano ad abbellimenti della città per non aumentare i grani addizionali, e promise una succursale del Banco di Napoli, promessa che non fu poi mantenuta.
La mattina del 25 gennaio Ferdinando II, sentendosi sempre meglio, desiderò uscire e, con il consenso dei medici, percorse a piedi alcune strade della città con tutta la famiglia.
Il 27 gennaio, dopo 14 giorni di permanenza a Lecce e sette di malattia i reali partirono da Lecce alla volta di Napoli, con il re stanco ed indebolito.
Dopo solo quattro mesi Ferdinando II, il 22 maggio 1859, si spense, in seguito all’aggravarsi di un ascesso femorale inguinale non diagnosticato in tempo e adeguatamente curato nel capoluogo di Terra d’Otranto.
Alla sua morte, il Regno delle Due Sicilie passò al figlio Francesco II, che lo perse definitivamente a Gaeta il 13 febbraio 1861, in seguito alla Spedizione dei Mille e l’intervento piemontese.
Bibliografia essenziale
F. Amoroso, Re bomba ed il suo mondo, Società Editrice Napoletana, Napoli, 1989;
N. Bernardini, Ferdinando II a Lecce (14-27 gennaio 1859), Lecce, Tipografia cooperativa, 1895;
Corriere di Napoli, n. 160, a. XXIII;
R. De Cesare, La fine di un regno (Napoli e Sicilia). Regno di Ferdinando II, Città di Castello, S. Lapi Tip. Editrice, 1900;
F. M. Di Giovine , Diario dell’ultimo viaggio di Ferdinando II Re del Regno delle Due Sicilie nelle Puglie, Napoli, Controcorrente, 2023;
M. Musci, Cronaca storica ufficiale del viaggio nelle Puglie di S.M. il re Ferdinando II e del matrimonio di S.A.R. il duca di Calabria, principe ereditario del regno, con S.A.R. la duchessa di Baviera Maria Sofia Amalia, Napoli, presso Andrea Cancelliere, 1859;
Id., Storia di cinque mesi del reame delle Due Sicilie (da gennaio a maggio 1859), Napoli, Stabilimento Tipografico G. Gioia, 1859.




































































