di Antonio Errico

Ci sono quelli che hanno nostalgia della scuola com’era. È un loro diritto, in fondo. La nostalgia è un sentimento intimo, profondo: quindi indiscutibile. Però è altrettanto indiscutibile il diritto di esprimere l’opinione che probabilmente commettono un errore. Non si può avere nostalgia dei fatti che riguardano la cultura, la formazione, il pensiero di una civiltà. Non si può perché comporta il rischio di rifiutare l’innovazione a favore del perpetuarsi di una tradizione che non di rado costituisce il presupposto per una condizione di immobilità, di reiterazione di rituali svuotati di significato. La scuola non rappresenta soltanto un’espressione – tra le più importanti, essenziali- del sociale ma proietta nell’immaginario le ipotesi di quello che sarà il sociale nel tempo a venire. Prefigura forme di sviluppo, di progresso, metodi di apprendimento, territori di conoscenza, elabora concetti di riferimento per la convivenza degli umani, per le situazioni di lavoro, per gli universi da esplorare nel corso dell’esistenza. Nessuna disciplina insegna per oggi stesso; insegna sempre per il giorno dopo, e il giorno dopo, rispetto all’oggi, sarà più complesso, pretenderà energie nuove, nuovi saperi, nuove competenze di movimento tra le strade del sociale. La scuola com’era un tempo ha fatto il suo tempo, e a far la somma di tutti i risultati si può anche dire che lo ha fatto bene.




































































