La questione salariale e i benefici del salario minimo

Questa posizione è debole, sia sul piano teorico, sia sul piano fattuale. Conviene qui partire dall’evidenza empirica. Innanzitutto, l’Italia è uno dei pochi Paesi europei a non avere una normativa sul salario minimo (solo 4 Paesi non lo hanno). In secondo luogo, l’Italia è l’unico Paese dell’Eurozona ad aver sperimentato una riduzione dei salari reali dagli inizi degli anni Novanta, nell’ordine del 2.9%. In terzo luogo, il salario medio in Italia è inferiore a quello medio dell’Eurozona e in continua riduzione relativa rispetto a quello medio in Germania e Francia. In Italia, nel 2023 il salario medio lordo mensile era circa €2791, significativamente al di sotto della media EU27 di €3 417 mensili EURES (EURopean Employment Services).

Anche il salario netto medio in Italia (circa €2 017) risulta inferiore alla media UE27 (circa €2 351). EURES (EURopean Employment Services).Fra il 2019 e il 2021, secondo un’analisi della Fondazione Di Vittorio, la differenza con il salario francese è aumentata da -9,8 mila a -10,7 mila e con quello tedesco è cresciuta da -13,9 mila a -15,0 mila euro. A tenere bassi i salari italiani, nel confronto con i principali Paesi europei, è soprattutto l’altissima incidenza, nel nostro Paese, di lavori a bassa qualificazione e anche la quota rilevante di dipendenti a termine (il 16.6% contro l’11% della Germania). È inoltre estremante più diffuso in Italia il part-time involontario. Si osserva empiricamente il seguente fatto stilizzato: quando in Europa si riducono occupazione e salari, nel nostro Paese si riducono più velocemente e quando i salari crescono in Europa, crescono meno rapidamente in Italia. È poi molto diffusa la cosiddetta contrattazione pirata, con salari molto bassi e di gran lunga inferiori a quelli derivanti dalla contrattazione collettiva. Infine, è elevata la quota di lavoratori occupati a rischio di povertà (i cosiddetti working poor). Si fonte ISTAT, si stima che 1 lavoratore italiano su 10 è in questa condizione. La caduta dei salari ha contribuito a rendere l’Italia uno dei Paesi con maggiori diseguaglianze distributive (e minore mobilità sociale) fra i Paesi OCSE.

L’argomento per il quale il salario minimo avrebbe effetti inflazionistici non tiene conto di del fatto che, come messo in evidenza da numerosi economisti, l’attuale inflazione è inflazione da profitti, derivante dall’aumento della differenza fra andamento della produttività e andamento delle retribuzioni.

Sussistono due fondamentali ragioni per ritenere che l’introduzione del salario minimo – oltre a rispondere a criteri di giustizia distributiva – possa contribuire alla crescita economica:

1) L’aumento dei salari accresce la domanda interna, dal momento che tiene elevati i consumi. Questo nesso è rilevante nel caso italiano – ovvero genera potenzialmente elevati effetti moltiplicativi – dal momento che i percettori di redditi bassi sono quelli che esprimono, di norma, la più alta propensione al consumo;

2) L’aumento dei salari ha effetti di segno positivo sulla produttività del lavoro. Ciò accade per due ragioni. In primo luogo, per un effetto motivazionale: lavoratori meglio pagati rendono di più. Francesco Saverio Nitti scriveva, a riguardo, che se si pagano poco gli operai, questi hanno “il cuore in sciopero”, ovvero il loro rendimento è basso. In secondo luogo, salari elevati stimolano le innovazioni. Nel saggio La questione degli alti salari del 1930, John Maynard Keynes scriveva che salari elevati spingono il “datore di lavoro a scartare metodi produttivi obsoleti” e, dunque, a innovare.

[“Domani”, 6 gennaio 2026]

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