di Simona Toma

La storia del mio amore per Patience Gray è piena di fiori.
Io non ricordo quando ho saputo di lei per la prima volta, non ricordo nulla di come tutto questo sia nato, ma nel momento in cui l’ho incontrata, in qualunque modo sia accaduto, lei non se ne è più andata.
Più di un anno fa, con la mia amica Giulia, monumentale cuoca di Tricase, andai a Spigolizzi, in agro di Salve, nella casa che fu di Patience e qui, generosamente, ci accolsero il figlio Nick e la sua compagna Maggie. Mentre io e Nick camminavamo nel giardino, lui si lamentò che la passiflora, tanto amata dalla madre, ancora non era fiorita, poi, io gli chiesi di vedere lo scrittoio di Patience, mi ci portò e, quando riuscimmo in giardino, la passiflora era fiorita.
Era quasi autunno e c’era autunno ovunque e, all’epoca, mi “aggiravo tra i miasmi del mio scontento” concedendomi solo piccoli atti di sopravvivenza.
Ma la passiflora di Patience era sbocciata.
Adesso, però, io voglio parlare di Patience Gray e del suo libro più importante Honey from a weed – Fasting and feasting in Tuscany, Catalonia, the Cyclades and Apulia e parto da una domanda: perché uno dei più importanti libri di ricette del XX secolo, concepito tra l’Inghilterra del secondo dopo guerra e l’intero arco mediterraneo tra gli anni ’60 e 80 del secolo scorso, ma scolpito nella sua forma definitiva a Spigolizzi, in agro di Salve, nel Capo di Leuca, “la terra neolitica”, non è stato ancora mai tradotto nella sua interezza in Italia (a parte una piccola, parziale e bella novità che in primavera vedrà la luce per ziczic edizioni, Tre Pasti da Honey from a weed di Sara Pellegrini)?




































































