Patience Gray: cucina al margine del mondo

Patience Gray è stata una scrittrice, giornalista, contadina, designer di tessuti, orafa, artigiana, ricercatrice, studiosa, antropologa, women’s editor dell’«Observer», cuoca, moglie, madre, cronista di molte epoche e vicende, amica dei grandi intellettuali del suo tempo, pioniera dell’ambientalismo, femminista, filosofa del cibo, ricercatrice.

La sua infanzia fu di foggia edoardiana, ma questo tipo di vita non le interessava veramente e agì per rompere legami e lacciuoli fino a quando conobbe Thomas Gray con cui ebbe due figli, Nicholas e Miranda, ma che mai sposò e che presto allontanò, costringendosi con grande coraggio alla vita della ragazza madre nell’Inghilterra.

Questa durissima esperienza e le privazioni che la costrinsero a mantenere la sua famiglia con una “cucina di guerra” diedero una robusta direzione alle sue successive ricerche sul cibo e sulle materie prime.

Nel 1958, l’autrice si innamorò di Norman Mommens, scultore fiammingo tra i più apprezzati del Novecento, e insieme si misero in viaggio lungo tutto il Mediterraneo alla ricerca del marmo di cui Norman aveva bisogno per realizzare le sue opere.

Il viaggio, cominciato nel 1962, li portò a Carrara, in Provenza, a Naxos, a Vendrell in Catalogna, per poi giungere alla fine, a Spigolizzi, alla fine del mondo, dove rimasero dalla primavera del 1970 fino alla loro morte: sono, infatti, entrambi sepolti nel cimitero di Salve.

Spigolizzi radicalizzò il suo modo di guardare alla natura, sviluppando in lei una passione assoluta e furiosa per la macchia mediterranea che diventò dea d’ogni cielo e lei la sua vestale.

Con uno stile di vita primordiale ancor più che primitivo, senza elettricità, acqua   corrente, riscaldamento, qui i due si acconciarono a vivere per i trentacinque anni successivi.

Patience decise di agire dal margine in cui aveva scelto di vivere, continuando a imparare da paesane e paesani ogni loro sapere botanico e gastronomico con un approccio alla cucina gioioso, giocoso e rispettosissimo.

In molti sostengono che lei sia stata “Slow Food” molto prima che l’idea stessa di Slow Food venisse concepita e in Honey from a weed paragonò l’impresa di preservare i saperi botanici e gastronomici a quella di Alan Lomax e Diego Carpitella che avevano raccolto i canti di contadini, pastori, paesani di un tempo prima che quel mondo venisse definitivamente cancellato.

Nei primi anni ’80, dopo molto cercare, Patience trovò un editore in Alan Davidson e la sua Prospect Book di Londra.

Entrambi convenivano che il libro dovesse essere facile da usare, un’opera da consultare con un’impaginazione che esaltasse l’armonia tra ricette e le cornici in cui Patience Gray le inseriva e con le illustrazioni dell’artista inglese Corinna Sargood.

Dunque, nell’autunno del 1986, l’opera fu pubblicata.

Honey from a weed è un libro di ricette e racconti, di cibi e umanità, di consigli, carezze, calorie e trionfi colesterolici, un libro lontano dalla continenza e dalla sobrietà se non quella imposta dalle stagioni, un oggetto d’arte, un manifesto politico, ambientalista e sociologico, un trattato di antropologia, un libro con la pancia piena che si fa calice e si fa piatto, un libro di cicureddhre, zanguni e paparine, un libro di buone pratiche di vita, un libro politico e militante.

È un breviario mediterraneo, usando il titolo del saggio di Predrag Matvejević, dove le sue ricette sono preghiere che hanno sapori e odori, preghiere che si mangiano mentre si recitano ed è anche, per rapportarci ad una categoria narratologica contemporanea, un’autofiction in cui Patience Gray scrivendo del Mediterraneo e delle sue cucine scrive di sé.

Nella sua odissea mediterranea, trova un purtlot botanico e gastronomico e, come l’esperanto dei marinai, fissa una lingua universale che ha tra i suoi lemmi erbe spontanee, tempi di digiuno e tempi di banchetto, ricamando una saporita alleanza etnobotanica e gastronomica.

Ma, come dicevo, l’opera di Patience Gray non è stata ancora tradotta in italiano.

Da un lato, lei stessa sosteneva l’inutilità di una traduzione poiché nulla aveva da insegnare agli italiani, ma, parimenti, sappiamo dai suoi carteggi che vi furono  abboccamenti con alcuni editori italiani, come riporta quello che è attualmente il suo  unico biografo, Andrew Federman, nel suo libro Fasting and feasting. The life of visionar  foodwriter Patience Gray.

Federman stesso ha scritto che “un resoconto della sua vita straordinaria è atteso da tempo” e, in tal senso, vorrei segnalare la parte che ha fatto il lavoro di Antonio G. Lupo, edito nel 2025 da  Kurumuny, Il talismano cretese. Storia di un’amicizia.

Che sia, in fine, giunto il momento di creare un’alleanza privata e pubblica per cominciare a mettere a sistema quanto lasciato da Patience? Un’alleanza in cui si faccia emergere il grande archivio che Spigolizzi serba e che il tempo sta erodendo? Dentro Spigolizzi dimora un mondo importante,  bisognerebbe entrarci con grazia e rispetto per permettere a Patience di continuare a nutrirci.

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” del 6 gennaio 2026]

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