Ennio Flaiano tra Carlo e Francesco Barbieri (Prima parte)

Riferimenti all’amico pittore si trovano già in due lettere di Flaiano indirizzate a Tamburi, risalenti entrambe al 1933, che dimostrano il rapporto cameratesco esistente tra i due. Nella prima, datata 16 settembre, si legge: «E Barbieri? Fagli il solletico per conto mio, lo soffre moltissimo, mi sembra»[4]. Nell’altra: «L’altro ieri ti ho spedito una cartolina con delle frasi per Barbieri. Di’ a Barbieri che sono stato costretto a scrivere sempre per quella mia maledetta gentilezza. Digli che se ne fregasse pure. Del resto quel tipo mi ha comprato la cartolina ed ho potuto salutarti»[5].

Carlo Barbieri, “Il bambino cattivo” (smalto e olio su legno, cm. 50 x 45).

Al 1938 invece risale il dipinto di Barbieri, Bambino cattivo[6], che in qualche modo è legato a Flaiano, oltre ad essere stato anche di sua proprietà. Secondo Diana Rüesch, infatti, è «un quadro allegorico ispirato all’infanzia dello scrittore. Il quadro – continua la Rüesch in una scheda da lei compilata ‒  rappresenta un gruppetto di persone, tre delle quali in maschera, e un bambino in primo piano, un cono rosso per copricapo, seduto su un cavalluccio bianco a rotelle, il palmo destro della mano aperto e sollevato quasi in segno di minaccia verso chi guarda il dipinto»[7]. Il bambino cattivo è anche il titolo di un soggetto di un film di Flaiano che avrebbe dovuto essere realizzato dal regista Luciano Emmer[8].

Nel mese di giugno del 1938 un collezionista milanese acquistò un dipinto di Carlo Barbieri, di cui gli aveva parlato un amico, offrendogli una somma cospicua. Elettrizzato da questo fatto inaspettato, il giovane pittore si precipitò a comprare un vestito nuovo, un paio di scarpe, una camicia e una cravatta fiammante e si presentò al Caffè Greco. L’11 giugno, con alcuni amici, lo stesso Flaiano, il pittore Omiccioli e l’architetto Mario Seno si recò poi in una trattoria per festeggiare la vendita del quadro. Dopo il pranzo, volle fare un bagno nella piscina dello Stadio, allontanandosi dai compagni i quali, non vedendolo rientrare, cominciarono a cercarlo. Fu proprio Flaiano, secondo il racconto commosso che ne fece Attilio Battistini qualche anno dopo, ad avere quasi un presentimento della tragedia, vedendo il suo vestito appeso all’attaccapanni nello spogliatoio della piscina:

«Passò il tempo, Tre ore, quattro, cinque. Oramai il sole aveva concluso il suo giro e le ombre del crepuscolo  crescevano dal marmo. Cominciarono allora a cercarlo. Introvabile. Flaiano entrò nella cabina e ebbe l’immediata certezza della sciagura. Disse dopo: «Quando vidi il suo vestito “vuoto” così appeso all’attaccapanni compresi subito che qualcosa di orribile e irreparabile era accaduto!». Le ricerche terminarono a notte. I riflettori dei vigili del fuoco frugavano nella piscina, proprio sul bordo dello scalino dal quale il cemento degrada per sprofondare nella fossa destinata ai tuffatori.

Sopra il corpo immobile e solitario s’erano disputate, durante la giornata, gare di nuoto e ed a tutta quell’atletica allegria e di spruzzi, lui, solo laggiù, non poteva più partecipare. Carletto Barbieri, si intenda bene, non era annegato, come molti, in errate cronache, hanno poi scritto, raffigurandone il cadavere gonfio addirittura, (cadavere, invece di cera tal quale lo vedemmo smilzo e patito simile a  quello di un cristo di marmo) ma era trapassato: la sua grande anima trasmigrò a soli vent’otto anni di età ritornando alla sua essenza vera; nuvola, fiore, vento, albero e cielo»[9].

Anche Omiccioli ha rievocato in tal modo gli ultimi giorni di vita di Barbieri e quel triste episodio di cui fu testimone:

«Carletto Barbieri dipingeva dove trovava il posto per farlo: spesso, ciò avveniva nella bottega di mio Padre. Un giorno trovò un  banco libero, vi mise sopra tele, colori e pennelli. Dipinse il suo ultimo quadro intitolato Cavallo e pagliaccio. Lo lasciò lì dentro ed a nome di mia moglie Piera, io lo donai alla Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma.

Due giorni dopo Barbieri si presentò con un vestito nuovo. Aveva venduto un dipinto per mille lire. Quella volta volle festeggiare la vendita con un pranzo, insieme con Flaiano, l’architetto Mario Seno ed io. Dopo il pranzo, a Carletto venne l’idea di andare a fare un bagno alla piccola piscina dello Stadio. Io avevo da fare e non vi andai. Molti di noi ricordano la sua drammatica fine nella piscina – vi annegò quella sera – a 28 anni, l’undici giugno 1938»[10].

La scomparsa improvvisa del giovane pittore suscitò profonda impressione nell’ambiente artistico e letterario romano e il mese dopo, alla  Galleria di Roma, sotto il patrocinio del Sindacato delle Belle Arti del Lazio, venne allestita una retrospettiva di Carlo Barbieri organizzata proprio da Flaiano, Orazio Amato, Antonio Barrera, Gisberto Ceracchini e Romeo Gregori. La mostra ebbe notevole risonanza sulla stampa e su di essa scrissero numerosi critici che misero in rilievo le qualità del  misconosciuto artista[11]. Ad esempio, Cipriano Efisio Oppo, figura autorevole dell’arte italiana di quel periodo, lo ricollegava senza esitazioni alla cosiddetta “scuola romana”:

Da sinistra: Ennio Flaiano, la moglie Rosetta Rota e Francesco Barbieri al Caffè Greco di Roma nel 1939.

«È naturale che la sua arte non ancora giunta a vita piena, ma già fuori dall’adolescenza, navigasse nella scia della giovane pittura romana, quella che dopo Scipione e Mafai e poi Ziveri ed altri, ha certamente una fisionomia nettamente diversa da quella della generazione precedente, una fisionomia che diremo crepuscolare, non per il purpureo e il madreperlaceo delle sue intonazioni, non per riferimento ai crepuscolari della letteratura, ma per quel senso di sottile magia e di sfocamento antirealistico e romantico che è in tutti i loro quadri, reazione evidente al neoclassicismo deforme, tozzo anche se robusto, barbarico anche se atteggiato a difensore della tradizione, proprio della pittura del primo dichiarato “novecento”»[12].

Flaiano intanto, ancora prima dell’inaugurazione della mostra, pubblicò su «Quadrivio» un articolo[13], in cui viene delineato per la prima volta un ritratto soprattutto umano di questo singolare pittore, anche se non manca nemmeno qualche osservazione sulla sua attività artistica. Qui lo scrittore invitava innanzitutto i lettori a «cancellare subito l’idea che Carlo Barbieri fosse un bohèmien, un tipico pittore ambulante, ché molti forse lo ricordano così, tra via Margutta e Piazza di Spagna, più occupato a vivere che a fare»[14]. Era invece ‒ scrive ‒ «un vero artista» che pochi supponevano in lui, un «artista puro ed esuberante», che sorprende persino gli amici e quanti altri sospettavano che fosse soltanto un «buon illustratore». E sostiene che la sua scoperta è avvenuta dopo la sua morte, quando è iniziata la raccolta dei suoi lavori.

A questo punto, cercava già di distinguere varie fasi nell’attività «breve e intensa» del giovane pittore. All’inizio – sostiene ‒ «comincia a disegnare per un bisogno istintivo di tradurre sulla carta i fantasmi della sua infanzia, vissuta a Lecce, la città più barocca e colta della Puglia». E in queste sue prime opere è presente un «senso umoristico». Poi si libera da questi fantasmi e affronta i problemi specifici della pittura, producendo le sue cose migliori. Non per questo, però, «la sua tecnica diventa cifra», perché egli «la subordina sempre al motivo poetico, e per tanto nelle sue opere più recenti v’è un senso di staccato, di a sé stante che non si ritrova nelle altre».

Nell’articolo Flaiano riporta anche alcuni versi composti da Barbieri, «lontani da ogni pretesa letteraria», che considera puri «sfoghi del suo temperamento sincero e ansioso». Per quanto riguarda la vita pratica, lo definisce un «disadattato», del tutto indifferente agli aspetti concreti della quotidianità. «In quattro anni di buon lavoro – aggiungeva ‒ non era riuscito a farsi conoscere se non da qualche intimo disinteressato e si dibatteva così tra serie difficoltà: crediamo non avesse mai pensato veramente di esporre o pubblicare disegni». E precisava ancora che lavorava dove poteva, presso casa di amici e rivenditori ai quali offriva i suoi lavori a poco prezzo.

Alla fine cita un episodio che dà l’idea del carattere di Barbieri: «Ricordo come gli piacque un giorno l’epigrafe di Apollinaire per la tomba del doganiere Rousseau: l’idea che dopo la morte in cielo fosse permesso portarsi i colori e dipingere era certo la più meravigliosa che lo avesse mai sfiorato».

Qualche mese dopo Flaiano scrive un altro pezzo per il numero del «Selvaggio» dedicato quasi interamente a Carlo Barbieri[15]. Il fascicolo, oltre a una breve premessa non firmata, ma attribuibile al direttore, Mino Maccari, comprendeva anche un articolo di Alfredo Mezio, I disegni, e un Ricordo di Orfeo Tamburi. Inoltre venivano pubblicati alcuni disegni e poesie dell’artista scomparso. In questo secondo scritto Flaiano aggiungeva ulteriori elementi alla caratterizzazione della stravagante personalità di Barbieri, raccontando anche aneddoti ed episodi significativi della sua breve vita. Innanzitutto metteva in rilievo il desiderio assoluto di libertà da cui gli derivava l’insofferenza e il rifiuto di qualsiasi disciplina scolastica: «Libero per lui significava leggere di tutto a capriccio, andare per i campi, frugare nella soffitta, osservare gli altri uomini, innamorarsi e disegnare: perché il periodo di scuola non era stato infruttuoso». Dimostrava, infatti, a suo giudizio «disinteresse per la realtà» e «interesse alla vita». Negato a ogni forma di risparmio, era sempre in ristrettezze economiche, «ma sopportava calmo ogni guaio economico senza peraltro farci sopra della letteratura…».

Nemmeno qui lo scrittore entrava nel merito della produzione artistica di Barbieri, limitandosi a osservare che «cercava sempre nuove vie; era tanto abile che temeva continuamente di cadere col suo stesso giuoco e quindi mortificava la tecnica». «L’essenziale per Barbieri – scriveva ‒  era il lavoro e gettava così i suoi quadri come bistecche ai leoni».

E così concludeva:

«Era un perfetto povero; non ha lasciato che una valigia di fibra piena di carte, di lettere non imbucate, di colori, fotografie e disegni e poi versi, soprattutto versi, e di questi la maggior parte scritti con tanta noncuranza che difficile ora è decifrarli. Nient’altro. Tutto il suo avere era in quella valigia e in questa valigia ora c’è tutto lui stesso, e certo mai testamento fu tanto povero e ricco nello stesso tempo».


Carlo Barbieri, Clown al circo, copertina, volume Carlo Barbieri di Giovanni Scheiwiller, 1941.

Immediatamente dopo la morte, Flaiano e il fratello del pittore, Francesco Barbieri, si adoperarono per cercare di recuperare e valorizzare le opere di Carlo anche attraverso pubblicazioni che potessero imporlo all’attenzione nazionale. Questa preoccupazione è al centro anche delle lettere inviate, tra il 1938 e il 1941, dallo scrittore pescarese all’amico scultore[16] che nel 1938 si era trasferito a Milano ma era rimasto sempre in contatto con lui. Flaiano lo informa dell’uscita ormai prossima del numero del «Selvaggio» dedicato a Carlo, della pubblicazione di un suo disegno su «Campo di Marte», di alcuni progetti, poi non realizzati, come una raccolta delle poesie per cui avrebbe dovuto stendere la prefazione. Al tempo stesso, però, confessa anche la sua incapacità di continuare a scrivere sull’amico scomparso, a dimostrazione di quanto ancora questa tragica vicenda l’avesse profondamente colpito. Nella lettera datata «4 luglio 1939» scrive, ad esempio: «su Carlo non mi riesce di scrivere una parola. Ho provato con la prefazione alle sue poesie Ci credi? Da quattro mesi è ancora lì». Ma poi soprattutto lo invita ad accettare la proposta di Scheiwiller di pubblicare una piccola monografia che uscirà nel 1941 nella collana di Hoepli, «Arte Moderna Italiana» e avrà una seconda edizione nel 1946. Una volta apparsa, in una lettera senza data ma risalente a quell’anno, si compiace che Carlo «sia entrato nella collezione ufficiale della nostra arte»

Il tono delle missive è spesso scherzoso. Flaiano, ad esempio, si rivolge a Barbieri, che gli manda in regalo alcuni libri (Baudelaire e Madame Bovary), chiamandolo una volta «Francescone» e denominandolo, accanto al mittente, «Senatore», perché residente a Milano in via del Senato, e «Signor Conte Illustrissimo». A volte però affiorano anche espressioni malinconiche, non infrequenti nelle lettere di Flaiano, come in questa, del settembre 1938: «D’altro cosa dirti? Vita stupida e piena di preoccupazioni idiote; si campa aspettando il temporale».

In esse compaiono anche i nomi del fratello dei Barbieri, Ugo, musicista, e dell’amica norvegese di Flaiano e Francesco, Lilli Gierlöw, a cui lo scrittore indirizzò alcune lettere poi pubblicate in un volumetto, nelle quali si parla anche di Carlo[17]. Proprio in quel libro, fra l’altro, figurano alcune foto che ritraggono Flaiano in compagnia della moglie Rosetta Rota, sposata nel 1940, e di Francesco Barbieri in Piazza di Spagna e al Caffè Greco.

Ma anche negli anni seguenti Flaiano e Barbieri cercano di tenere vivo il ricordo di Carlo e di valorizzarne l’opera. Nel 1953, in occasione della terza Mostra nazionale di Pittura contemporanea «Maggio di Bari», Francesco, insieme a Vittorio Bodini, che dei Barbieri era cugino, lo stesso Flaiano, Goffredo Lizzani, Sante Monachesi, Giovanni Omiccioli e Mario Seno organizzarono una retrospettiva del pittore. In catalogo figuravano contributi di Bodini, che nel 1951 aveva già pubblicato un articolo su Carlo Barbieri[18], Nicola Ciarletta, Giovanni Scheiwiller, Giovanni Titta Rosa e Flaiano, del quale veniva riproposto l’articolo già apparso quindici anni prima sul «Selvaggio» col titolo Vita e morte di Carlo. A proposito di questo scritto, nell’Archivio Bodini, custodito presso la Biblioteca Interfacoltà dell’Università del Salento, figura il seguente telegramma di Flaiano inviato a Bodini il 20 maggio di quell’anno: «Scusami ritardo correggi anche più decisamente articolo togliendo altre stonature saluti Flaiano».

Carlo Barbieri, Autoritratto con tavolozza, olio su tela, cm. 74 x 60,5.

Nel 1954, nelle edizioni di Vanni Scheiwiller, esce un altro volumetto dedicato a Carlo, con una presentazione di Massimo Lelj, scrittore abruzzese ma residente a Milano, padre di Caterina che nel 1940 si era sposata con Francesco Barbieri[19]. In una lettera all’editore, datata 26 novembre 1954, Flaiano, nel ringraziarlo dell’invio del volumetto, gli offriva in dono un disegno di Carlo, il ritratto di una ragazza, «l’ultimo ‒ scriveva ‒ che egli ha fatto, la sera del giorno precedente la sua morte. Fu fatto al Caffè Greco, il 10 giugno 1938»[20]. Ma nella minuta di questa lettera conservata presso il Fondo Flaiano, lo scrittore lo faceva risalire addirittura a «quel pomeriggio dell’11 giugno 1938, nella piscina dello Stadio, a Roma. Lo fece a tavola ‒ continuava ‒ dove pranzammo, sul block notes del cameriere»[21]. E qui ancora una volta è confermata la presenza di Flaiano accanto a Barbieri il giorno della improvvisa tragedia.

Ma il ricordo di Carlo Barbieri ritorna inaspettatamente in uno degli ultimi scritti di Flaiano, La spirale tentatively, una lunga composizione in versi divisa in dodici strofe, «amaro bilancio di una vita che si sente ormai prossima alla morte»[22], la cui stesura è da collocare «negli ultimi anni, e (secondo quanto afferma la moglie dello scrittore) poco prima dell’infarto che lo colpì nel 1970»[23]. Nella terza delle dodici strofe in cui è diviso il componimento l’autore riflette sulla propria morte che immagina ormai imminente e comunque – come scrive ‒  «nel tempo ridicolmente prossimo di questo secolo», e negli ultimi versi ripensa anche a quella tragica vicenda del pittore (di cui, peraltro, sbaglia l’età). Ecco la strofa:

«Ma ora si tratta di considerare il punto

della nostra morte, e questo ci trova sempre

curiosamente impreparati, persino scettici,

non sembrandoci possibile che un giorno

le stesse cose che oggi ci annoiano non debbano

continuare ad annoiarci, che tutto finisca come

nel nero velo del sonno, quando ci cadiamo.

Se la cosa deve avvenire, è chiaro che accadrà

nel tempo ridicolmente prossimo di questo secolo.

Non so ancora vedere la stagione di quell’anno

ma penso al tardo autunno, la salita dell’inverno,

e tutto spero dovrà avvenire in piena conoscenza,

dicendo cose sensate, ricordando gli amici,

e le frasi che uomini celebri

dissero sul punto del trapasso. «Più luce»,

«aequanimitas», «je m’ennuie déjà», oppure un rantolare

pieno di comprensione per quelli che restano

e infine la sorpresa che stia davvero succedendo

e la preoccupazione dei cassetti lasciati in disordine,

e il desiderio di non scendere vestito nella cassa,

ma avvolto in un solo lenzuolo bianco,

come il povero Carlo Barbieri, pittore di ventisei anni,

affogato in una piscina, lui che meritava un oceano

e aveva un solo vestito, comprato il giorno prima

e così lui finì nel lenzuolo con arie di poeta neoclassico

e accanto due fiori avvolti in un foglio di carta

del Caffè Greco, perché stessero uniti»[24].

A distanza di oltre trent’anni, quindi, da quell’11 giugno 1938, l’immagine di Carlo Barbieri e del suo triste destino ritornano in Flaiano, a dimostrazione di quanto il ricordo del giovane amico fosse rimasto impresso nel suo animo.

[In A.L. Giannone, Nelle pieghe del Novecento. Studi di letteratura italiana contemporanea, Lecce, Milella, 2025]


[1] Per le notizie biografiche relative allo scrittore pescarese si rinvia alla Cronologia compresa in E. Flaiano, Opere. Scritti postumi. Introduzione di M. Corti, a cura di M. Corti e A. Longoni, Milano, Bompiani, 1988, pp. XLV-LXIII.

[2] Per un esame della produzione artistica dello scultore cfr. Francesco Barbieri 1908-1973, catalogo della mostra, a cura di A. Cassiano (Museo Civico – San Cesario di Lecce – maggio-agosto 1984), Galatina, Editrice Salentina, 1984.

[3] Sui vari aspetti dell’attività di questo artista si rinvia a Carlo Barbieri (1910-1938), catalogo della mostra, a cura di A. Cassiano (Lecce, Museo Provinciale, dicembre 1981-gennaio 1982), Galatina, Congedo, 1981.

[4] In Soltanto le parole. Lettere di e a Ennio Flaiano (1933-1972), a cura di A. Longoni e D. Rüesch, Milano, Bompiani, 1995, p. 4.

[5] Ivi, p. 5.

[6] In Carlo Barbieri (1910-1938), cit., il dipinto è il n. 41 del catalogo e risulta di «proprietà Rosetta Flaiano» (p.72). Viene riprodotto in b. n. alla tavola 53.

[7] D. Rüesch, scheda 132, in «Cartevive». a. XXI, n. 45, novembre 2010, p. 71.

[8] Il soggetto compare col titolo Il bambino in Ennio Flaiano, Storie inedite per film mai fatti, a cura di F. Pino Pongolini, con prefazione di G. C. Bertelli, Milano, Frassinelli, 1984 e poi in Id., Il bambino cattivo, a cura di D. Rüesch, Milano, Libri Scheiwiller, 1999 (II ed. 2002).

[9] A. Battistini, Carlo Barbieri singolare meteora, in «Il Popolo di Roma», 1 aprile 1953.

[10] Il libro di Giovanni Omiccioli, a cura di M. La Stella, Roma, Tipo-litografia Marves, 1982, p. 56.

[11] Per la bibliografia di Barbieri si rimanda a Carlo Barbieri (1910-1938), cit., pp. 61-65.

[12] C. E. Oppo, Retrospettiva di Carlo Barbieri, in «La Tribuna», 24 luglio 1938. Non a caso, Barbieri figura, sia pure tra i «compagni di strada»,  nel catalogo della importante mostra Scuola romana. Artisti tra le due guerre, a cura di M. Fagiolo dell’Arco, V. Rivosecchi e N. Vespignani (Milano – Palazzo Reale, 13 aprile- 19 giugno 1988), Milano, Mazzotta, 1988 , dove  a p. 201 è riprodotta una sua opera, il Ritratto di Alfonso Gatto.

[13] In Appendice si riproducono  i due articoli di Flaiano su Carlo Barbieri, da allora non più pubblicati. Essi non figurano nemmeno in E. Flaiano, Opere. Scritti postumi, cit.

[14] E. Flaiano, Carlo Barbieri il pittore cui sorrideva l’idea di dipingere oltre la morte, in «Quadrivio», a. VI, n. 36, 3 luglio 1938, p. 4. Da questo articolo sono tratte tutte le altre citazioni.

[15] Id., Una valigia di fibra, in «Il Selvaggio», a. XVI, n. 4, 15 ottobre 1938, pp. 27-28. È bene precisare che si tratta di uno scritto nuovo rispetto a quello di «Quadrivio» e non lo stesso «poi pubblicato anche sul “Selvaggio”», come si sostiene nelle Note ai testi, in E. Flaiano, Opere. Scritti postumi. cit.,p.1326. Anche stavolta tutte le  citazioni sono tratte da questo articolo.

[16] Le lettere di Flaiano, che si pubblicano in Appendice,  sono conservate nel Fondo Francesco Barbieri, custodito presso la Biblioteca Interfacoltà dell’Università del Salento. Nel Fondo, oltre a numerosi manoscritti dell’artista, figurano, fra l’altro, anche lettere di Orfeo Tamburi, Sante Monachesi, Giovanni Omiccioli e di Lilli Gjerlöw,  l’amica norvegese di Flaiano e Francesco Barbieri.

[17] Cfr. E. Flaiano, Lettere a Lilli e altri segni. Prefazione di G. Briganti, Milano, Rosellina Archinto, 1986. Su questo volumetto si veda N. Ajello, La norvegese, in «L’espresso», 2 novembre 1986, pp. 203-205.

[18] Cfr. V. Bodini, Carlo Barbieri leccese, in «La Gazzetta del Mezzogiorno», 7 aprile 1951.

[19] Cfr. Carlo Barbieri, presentato da M. Lelj, Milano, All’insegna del Pesce d’oro, 1954.

[20] Soltanto le parole. Lettere di e a Ennio Flaiano (1933-1972), cit., p.41.

[21] Ivi, p. 451.

[22] A. Longoni,  Note ai testi, in E. Flaiano, Opere. Scritti postumi, cit., p. 1302.

[23] Ibid.

[24] E. Flaiano, La spirale tentatively, in Id., Opere. Scritti postumi, cit., p. 274.

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