di Antonio Errico

Forse era la primavera dell’Ottantatré, o forse quella dell’anno prima o forse quella dell’anno dopo, quando per una ricerca su certe cose salentine, Gianfranco Scrimieri mi disse: qui a Lecce non troverai niente; vai a Brindisi, alla “De Leo”, e chiedi di Rosario Jurlaro. Così andai alla “De Leo” con la Simca 1000 di mio padre, chiesi di Jurlaro, il signore al quale chiesi rispose sono io, gli dissi quello che stavo cercando, me lo portò dopo appena dieci minuti. Fu la prima e l’ultima volta che incontrai Rosario Jurlaro. L’ho ritrovato adesso, dopo quarant’anni e più, in un saggio prezioso di Gerardo Trisolino, lavorato con l’affetto dell’amico e con il metodo dello studioso. Con passione profonda e mano leggera. Passione d’identità, di appartenenza, di radici: quasi un canto di sirena della terra.
Con mano leggera nell’impostazione e nello stile, che rifiuta la formula dell’accademia per un’adesione – una conferma – della necessità di una critica militante, che si pone la finalità di superare gli steccati che delimitano il territorio degli specialisti ( che non proprio raramente parlano a se stessi) per orientarsi verso contesti di lettura più ampi.




































































